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Hanno il computer a casa ma non a scuola. Navigano poco in classe anche se lo usano per fare i compiti. Non sanno pianificare ed eseguire una ricerca sul web e non sanno nemmeno valutare l’attendibilità di un’informazione o delle fonti.

Tutti hanno accesso alla rete ma la maggior parte naviga per chattare e giocare. Altro che nativi digitali. La realtà è che abbiamo a che fare con degli ignoranti digitali cui la scuola italiana ha insegnato poco e male. E sia chiaro non è colpa loro. Anzi li abbiamo chiamati “generazione 2.0”, “nativi digitali” ma forse dovremmo iniziare a guardare alla realtà e batterci il petto.

I dati del dossier “Studenti, computer e apprendimento” diffuso questa settimana dal ministero dell’Istruzione non possono lasciare in pace chi insegna e mostrano, ancora una volta, la scarsa efficacia con cui attualmente sono usate le tecnologie nelle scuole. L’Ocse scrive: “Aggiungere le tecnologie del 21esimo secolo alle pratiche d’insegnamento del 20esimo secolo semplicemente diluisce l’efficacia dell’insegnamento. Se gli studenti usano lo smartphone per fare copia e incolla è improbabile che questo li aiuti a diventare più smart. La tecnologia può ampliare l’effetto di un ottimo insegnamento ma un’ottima tecnologia non può sostituire un cattivo insegnamento”.

Oggi il problema non è solo avere ancora troppe lavagne d’ardesia e gessetti in aula ma fare scuola con troppi docenti che amano ancora usare la lavagna d’ardesia o non hanno gli strumenti didattici per insegnare in maniera diversa.

La dico con un esempio: spiegare la guerra del Peloponneso attraverso il libro è diverso che mostrare un video o la mappa che indica dove si trova la regione greca.

In un contesto di questo genere non possiamo stupirci dei dati emersi sugli studenti italiani confrontati con quelli di 66 Paesi. Partiamo dal primo: circa il 96% degli studenti 15enni dei Paesi Ocse ha riferito di possedere un computer a casa e, in media, il 72% ha dichiarato di utilizzarne uno a scuola. L’Italia risulta circa tre punti percentuali sopra la media Ocse per numero di computer a casa, e poco più di cinque al di sotto della media per uso a scuola.

Non solo. In questo rapporto esce un dato estremamente interessante: la disparità digitale non esiste più ma ha fatto capolino un nuovo problema: il 92,2% dei ragazzi “svantaggiati” passa su Internet 94 minuti al giorno ma solo il 66,2% cerca informazioni pratiche e il 75,1% lo usa per chattare.

A questi dati sulla scuola e la Rete vale la pena unire quelli dell’annuario statistico Istat sulla cultura degli italiani: in Italia una persona su cinque, ossia il 18,5% non svolge alcuna attività culturale; nell’ultimo anno non ha letto un libro o un giornale, non ha visitato un museo, un sito archeologico, non è andato al teatro o al cinema. Sono i padri e le madri di questi ragazzi, gli insegnanti e i dirigenti di questi “ignoranti digitali”.

Una vera emergenza. Oggi più che mai son convinto che a noi maestri spetta un compito: entrare in classe con un libro e un giornale in mano; accendere un tablet o un personal computer per fare lezione; portare i nostri ragazzi a visitare la certosa di Padula piuttosto che Parigi o Praga; andare al concerto di un’orchestra invece di andare a vedere un musical di “Cenerentola” o “Grease”. Non sarà un Governo a salvare l’Italia ma un esercito di maestri pronti a sfidare un Paese che ha scelto l’eutanasia culturale.

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