Un processo a centinaia di chilometri di distanza dove a partecipare saranno solo avvocati e imputati. Se il più grande processo di mafia mai visto da queste parti non si farà a Reggio Emilia, il rischio vero è che ai cittadini della Città del tricolore di tutta questa storia non rimanga alcuna lezione: e di estorsioni, incendi, minacce, imprenditori, politici e giornalisti locali che secondo i pm di Bologna sono stato vicini alla ‘ndrangheta, continueranno a sentirne parlare solo dalla tv. Per questo da giorni associazioni e sindacati sono in prima linea per chiedere che il dibattimento (che è pubblico) dell’inchiesta Aemilia si tenga, come previsto per legge, nella sua sede naturale. Il punto è che il tribunale reggiano non ha un’aula adeguata e il rischio è il trasferimento. Si parla molto insistentemente di Firenze, uno dei posti più vicini dove esiste un’aula bunker e dove processi per mafia sono stati già svolti. Ma è lontano.

Il problema in verità si era già posto anche per l’udienza preliminare, che si deve svolgere per legge nella città capoluogo distrettuale (in questo caso Bologna). Fin dal giorno degli arresti di oltre 100 persone a gennaio – quando era stata smantellata quella che secondo la procura delle Repubblica di Bologna è una vera e propria associazione mafiosa basata e operativa nella regione rossa e legata alla ‘ndrina Grande Aracri di Cutro – era emerso chiaramente che in regione non ci sono spazi per maxiprocessi di mafia. Per l’udienza preliminare, dopo tante ricerche, alla fine era stata la Regione Emilia Romagna a stanziare 500mila euro per l’affitto di un grande padiglione alla Fiera di Bologna. Lì, già da alcune settimane, avvocati, magistrati e imputati stanno discutendo su chi debba o meno andare a giudizio.

Questa parte del procedimento dovrebbe durare ancora pochi mesi. Poi si dovrà aprire il dibattimento: non è chiaro quanti saranno gli imputati, ma anche al netto di quelli che saranno prosciolti e di chi sceglierà patteggiamenti o riti abbreviati (e saranno tanti), ad andare alla sbarra saranno oltre un centinaio di persone. E Reggio Emilia, sede naturale del processo, questi numeri non li può accogliere.

In tanti quindi chiedono l’intervento del governo perché il processo si faccia a Reggio. Un appello al ministero della giustizia lo hanno sottoscritto Cgil, Cisl, Uil, Libera, Legambiente, Aser e Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna: “Questa società e questa terra, così duramente aggredite dall’attività messa in atto dal sodalizio criminale, non possono vedere allontanarsi il luogo di svolgimento del processo”. L’ipotesi per evitare il trasferimento è quella di montare una tensostruttura nel cortile interno del tribunale. Ancora una volta la Regione Emilia-Romagna si è detta disponibile a pagare i 350mila euro che servirebbero. “Rimane evidente – ha scritto in una nota il sottosegretario alla presidenza della Regione Andrea Rossi – che non spetta alle istituzioni locali fare valutazioni in merito alla reale fattibilità del processo a Reggio Emilia in quelle condizioni e, di conseguenza, anche relativamente alla ricaduta in termini di sicurezza sull’area preposta: ciò compete al Ministero, di cui attendiamo la decisione finale”. I soldi dunque ci sono ma a decidere sul grande processo sotto il tendone sarà solo la riunione al ministero di Giustizia del 3 dicembre.

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