I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità”. Pare scritta oggi. Ma sono “piagnistei” del 1975, a firma di Pier Paolo Pasolini, che, nelle Lettere Luterane processava il potere del suo tempo.

Proprio ieri, Roberto Saviano rifletteva sul colorito florilegio lessicale adoperato, dall’economia italiana, per parlare di questione meridionale. Si va da “paese a due velocità” a “divario tra nord e sud”, a “crisi del Mezzogiorno”, fino alla più recente delle locuzioni: “differenziale negativo molto allargato”. Forma lessicale eufemisticamente edulcorata, dolcificante ipocalorico, per dire che la “quistione” resta comodamente in salotto finché non ci si decida a porvi seriamente rimedio. E non con finanziamenti a pioggia, provvedimenti a macchia di leopardo, e simili maquillage paternalistici. Occorre una seria “inversione di rotta”, una conversione spirituale delle politiche economiche per il Mezzogiorno. Osserva Saviano, ancora, “che gli Italiani che sono emigrati all’estero sono più che raddoppiati rispetto a 5 anni fa e […] sono per lo più giovani con meno di trent’anni, molti di loro laureati”. In parole povere: impoverimento. Più volte ho sottolineato, commentando i dati Svimez, quanto amaro sia il frutto di politiche di discriminazione tra Nord e Sud, basate sulla pia quanto disastrosa illusione che una parte, più ricca, possa trainare il paese tutto. E quelli che confondono la mia sentita quanto inefficace denuncia con un fenomeno di razzismo sono in velenosa quanto flatulenta malafede. Chi ama il Sud ama tutto il paese.

“Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne e ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne e ossa”, per citare ancora Pasolini e chiarire gli intenti ideali di chi scrive.

Dove sono le politiche ordinarie per arginare il differenziale negativo grande grande? A fronte dei recenti impegni generali, contenuti nel Masterplan, faceva osservare poco tempo fa il prof Gianfranco Viesti, manca una discussione “di grandi politiche ordinarie, e di diritti di cittadinanza. Sanità, istruzione, assistenza sociale e lotta alla povertà sono temi decisivi per il Mezzogiorno. Le tendenze degli ultimi anni sono assai preoccupanti, sia per la quantità che per la qualità; le risorse sia nazionali sia di regioni ed enti locali per queste politiche si sono ridotte, molto più al sud che nella media nazionale. E i meri tagli di risorse non garantiscono certo che aumenti la qualità dell’istruzione, o della sanità”.

Ma cosa dicono, in estrema sintesi, i dati Istat? Che “il Mezzogiorno e il Centro-Nord sono sempre più lontani. Il prodotto interno lordo pro capite al sud è poco più della metà di quello del Nord-Ovest: nel 2014 17600 euro contro 36500. Anche il Pil del Centro (29000 euro per abitante) e quello del Nord-Est (31400) sono superiori di oltre 10 mila euro rispetto a quello meridionale. L’Istat osserva che il divario tra le due parti dell’Italia si amplia e passa dal 43,2% del 2013 al 43,7% del 2014”.

Di analogo segno i dati Jobpricing e Repubblica.it, apparsi oggi, in tema di retribuzione del lavoro con busta-paga. La Lombardia la regione con quelle più pesanti (31.179 €); alla Calabria le più lievi (23.465 €).

Se, da un lato, questi dati trovano una giustificazione nel caro-vita più marcato nel Nord Italia, dall’altro va considerato che la più alta tassazione locale presente al Sud, a fronte di opportunità di lavoro e dotazioni infrastrutturali più scarse, non possono che incidere pesantemente sul tenore di vita nelle regioni di quella che Repubblica, ahinoi, definisce la “flop ten dei guadagni”. Flop ten è una definizione che fa sinceramente male. Ma parla più che mai chiaramente di “differenziale negativo molto allargato”.

Come si può vedere dalle tabelle riportate, la tassazione sulle famiglie è più alta, accidentalmente proprio nei capoluoghi delle regioni con la retribuzione da lavoro dipendente più bassa.

regioni-cgia

 

* Dati Jobpricing e Repubblica.it  

** Dati Cgia di Mestre

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Politica industriale, l’occhio di un manager

next
Articolo Successivo

Banche, amministratori e banchieri miopi

next