Photocall film Registro Di Classe - Festa del Cinema di Roma“Basta la parola”, diceva Tino Scotti in un vecchio Carosello che chi ha passato la cinquantina ricorderà. Mi è venuto in mente quell’antico tormentone vedendo alla Festa del Cinema di Roma la prima parte di Registro di classe, film su materiali d’archivio firmato da Gianni Amelio e Cecilia Pagliarani, e dedicato alle avventure della scuola in Italia dal 1900 al 1960. Perché tutto il problema della scuola è stato ed è quello di dare la parola a chi non ce l’ha, di riuscire a costruire quel formidabile strumento di emancipazione che è la padronanza del linguaggio.

Se oggi il problema che si pone alle società evolute è quello del digital divide, nella prima metà del secolo scorso in Italia il problema è stato quello del word divide. Dal film, dedicato a Sandro Onofri al cui omonimo libro Amelio e Pagliarani si ispirano, quest’aspetto viene fuori molto chiaramente. C’è il novantunenne che nell’immediato Dopoguerra va a una scuola popolare en plein air in un remoto paese del Sud per imparare a scrivere e poter così scambiare qualche lettera con il figlio emigrato all’estero; e ci sono gli scugnizzi napoletani che non vanno a scuola perché vanno a recuperare cartoni con i genitori per racimolare qualche soldo. In un altro filmato d’epoca un ragazzino spiega al cronista di aver smesso di studiare perché va a prendere “l’orina nelle famiglie” per portarla alle ditte farmaceutiche che la usano per estrarne componenti. Quello che colpisce in questi reperti audiovisivi – provenienti in massima parte dall’Istituto Luce e dalle Teche Rai – è la distanza tra il cronista di turno e gli intervistati. In quell’Italia, ora sottomessa al regime fascista che della scuola fa strumento di propaganda, ora avviata alla ripresa del dopoguerra, i poveri hanno poche parole. E il cinema testimonia questa mancanza, proprio mettendo a confronto l’universo della medialità, sempre loquace e spesso inutilmente verboso, con l’altro universo, quello della miseria, miseria economica e linguistica. Il confronto è impietoso, non tanto perché ne escono male i diseredati oggetto delle interviste e dei servizi, quanto perché è l’altra parte che appare sprovvista della capacità di accogliere e comprendere chi le sta di fronte. Quell’universo mediale, apparentemente ricco di strumenti di analisi e di comunicazione, si mostra incapace anche di ascoltare e vivere le differenze linguistiche, al punto che qualche volta si chiede a coloro che le parole non le hanno di tradurre, di chiarire, di esprimersi con altre parole.

Perché qui sta il punto: avere o non avere le parole. E qui sta anche il salto degli anni Sessanta. Il film ha una scansione intelligente e individua nel 1960 una cesura simbolica. Così nella prima parte l’Italia che viene rappresentata è un’Italia sostanzialmente in stallo, rassegnata a fotografare l’esistente, cioè la differenza di classe come fatto ineludibile anche e prima di tutto sul piano linguistico (ma perché allora inserire Pasolini e Gaber che concettualmente prima ancora che cronologicamente non fanno parte di quei lontani anni Cinquanta?). E nella seconda parte – tuttora in fase di produzione – l’Italia che dovrebbe emergere è quella della grande speranza degli anni Sessanta, la quale nella ricerca di nuovi linguaggi e di nuove forme di acquisizione del linguaggio unisce un po’ la scuola e il cinema, nella convinzione che far proprio il linguaggio in maniera consapevole sia una forma di progresso. Ma quella speranza si è un po’ perduta, e l’Italia di oggi fa i conti con la delusione, con la nuova questione dell’avere o non avere le parole che riguarda ormai una popolazione multiculturale. Perché avere le parole è un po’ avere la bussola per trovare se stessi. Per non smarrirsi.

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