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Tra le priorità per la ripresa bisognerebbe includere il cambiamento della vecchia ricetta: basse retribuzioni in tutti in campi e a tutti i livelli, un fattore che blocca la nostra economia e rende strutturalmente debole la nostra società.

Basta guardare gli altri paesi. Un rapporto fresco di stampa sul mercato del lavoro inglese pubblicato dall’Office for National Statistics, evidenzia i dati invidiabili di un’economia in crescita. Nel periodo maggio-luglio 2015 gli occupati erano 31.09 milioni, con una crescita di 413.000 persone rispetto ad un anno prima e un tasso di disoccupazione del 5.5% (rispetto al nostro 12%). Ebbene, le retribuzioni inglesi continuano a crescere e, rispetto al 2014, sono cresciute in media del 2.9%, ma nel settore privato molto di più. Un andamento che spiega la corsa degli italiani, giovani in particolare, verso Londra per le opportunità di un lavoro meglio remunerato.

Si parla con invidia della Germania, dimenticando però che quando in un’ impresa tedesca le cose vanno bene ne beneficiano tutti i livelli. Una politica normale come nel caso del Gruppo Volkswagen dove, ad esempio, i dipendenti della Porsche hanno guadagnato 8600 euro per gli ottimi risultati del 2014, 7900 euro in busta paga e 700 nel fondo pensione.

Ci siamo rassegnati ad essere il fanalino di coda in Europa nelle retribuzioni, immolate sull’altare della competitività. Come se la competitività non fosse il risultato di competenze moltiplicate per gli investimenti nei processi produttivi e nel prodotto. Infatti le aziende capaci di esportare con successo praticano una politica retributiva “generosa”, basata su buoni salari e benefici con i quali mantengono persone competenti e motivate.

Non possiamo continuare a pagare poco e male gli insegnanti, i giovani laureati, i metalmeccanici. E, insieme, gli infermieri e gli ingegneri, i giornalisti e i dipendenti pubblici…

Una politica miope che oltre a deprimere le capacità di consumo ha conseguenze ben più gravi nel tempo: il calo del numero di laureati, una cultura meno tesa a buone prestazioni, il drenaggio delle competenze migliori verso l’estero.

Un gap retributivo che riguarda perfino le cosiddette professioni superiori: un professore universitario guadagna molto di più se accetta una cattedra a Londra o a Chicago. Se interrogate un consulente d’impresa o un avvocato societario, scoprirete che, a competenze equivalenti, sarebbe pagato meglio sulla piazza di Londra. I nostri manager, che pure passano per essere pagati come dei cresi, sono pagati peggio dei colleghi francesi inglesi, svizzeri, per non parlare degli americani.

Nell’ultimo periodo post crisi si è diffusa un’altra prassi non meno pericolosa: far lavorare gratis esperti nelle commissioni o per i grandi progetti della pubblica amministrazione, con le ambiguità denunciate dal costituzionalista Michele Ainis in un bell’articolo. In verità la gratuità è una prassi da sempre per gli stagisti o per il cosiddetto praticantato negli studi di architettura, degli avvocati o nei giornali!

Il lavoro italiano è pagato male, oltre che poco. La componente normale è la retribuzione fissa mentre la dinamica delle nostre retribuzioni sono legate al trascorrere del tempo (anzianità, contratti) e all’inflazione. Ma le nuove condizioni dopo la crisi hanno attenuato entrambi i meccanismi.

Sono rare le forme di welfare: asili nido, sostegni alla scuola dei figli , assistenza sanitaria,….Un regime fiscale antiquato le penalizza assimilandole a retribuzione e la pigrizia delle aziende fa il resto. Ancora meno diffuso è il compenso variabile, incentivi e bonus, per riconoscere le buone performance. Nello settore privato la quasi totalità dei dipendenti, e molti dirigenti, non partecipano ai risultati aziendali .

Siamo rimasti arretrati rispetto alle altre economie avanzate nel quantum e nelle modalità retributive. Un cambiamento dovrebbe essere una priorità per il Paese.

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