Tutto comincia con i test di Medicina. Dopo le reiterate proteste degli studenti per i quesiti assurdi o per i voti incredibilmente bassi rilasciati nell’ultimo esame, la ministra Stefania Giannini ha annunciato la possibile eliminazione della barriera d’ingresso a una delle facoltà più remunerative e la sua sostituzione con un test da superare al termine del primo anno. Gli studenti hanno fatto festa, ma tutto contribuisce ad aumentare la confusione in un settore tra i più martoriati degli ultimi 15 anni. Il numero di riforme, infatti, si è susseguito senza sosta a partire dalla Berlinguer del 2000. In realtà, nonostante la quantità di dati, di analisi e di valutazioni scientifiche, il problema dell’università italiana resta irrisolto anche perché non è risolta l’immissione dei laureati in un mercato del lavoro selvaggio e in crisi perenne. Il problema del test, infatti, rimanda a quello del rapporto tra iscrizioni, laureati e posti di lavoro disponibili. In genere troppo scarsi, secondo le stime, in relazione alla domanda giovanile.

Eppure, laurearsi aiuta a combattere la disoccupazione. Secondo i dati di Almalaurea, l’istituto di documentazione delle università italiane, nella fascia di età tra i 25 e i 64 anni i laureati “godono di un tasso di occupazione più elevato di oltre 12 punti percentuali rispetto ai diplomati”. Se tra il 2007 e il terzo trimestre del 2012, la disoccupazione è cresciuta del 67% per i giovani di 25-34, per i laureati della stessa età è cresciuta del 40%. Laurearsi, quindi, conviene. La crisi però si fa sentire e, anche se la laurea costituisce un buon antidoto alla disoccupazione, non assicura più come una volta. La disoccupazione fra i laureati triennali, infatti, è aumentata tra il 2007 e il 2012 dal 19 al 23%. Meno lavoro anche tra i laureati specialistici: dal 20 al 21%. E anche fra gli specialistici a ciclo unico, come i laureati in Medicina, Architettura, Veterinaria, Giurisprudenza, si passa dal 19 al 21%. L’analisi di Almalaurea conferma anche un’altra verità: l’Italia ha pochi laureati rispetto agli altri paesi avanzati. Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, quindi considerando la tendenza più recente, l’Italia supera di poco il 20% sulla popolazione complessiva contro il 45% di Francia e Stati Uniti, il 40% della Spagna o il quasi 60% del Giappone. La media Ocse è intorno al 30%. Le cose, ovviamente, sono peggiori se si considera una fascia di età compresa tra i 25 e i 64 anni dove l’Italia è intorno al 17% contro il 30% della Francia. In queste condizioni, l’ipotesi di raggiungere l’obiettivo fissato dalla Commissione europea per il 2020 (40% di laureati nella popolazione di età 30-34 anni) sembra ormai irraggiungibile e l’Italia, insieme alla Romania, è il paese europeo che sta messo peggio. Tra le verità più amare c’è quella che riguarda la retribuzione. I laureati italiani guadagnano poco. Le retribuzioni a un anno dalla laurea superano di poco i 1.000 euro netti mensili: 1.049 per il primo livello, 1.059 per gli specialistici, 1.024 per gli specialistici a ciclo unico. Va un po’ meglio a cinque anni dalla laurea quando le retribuzioni medie salgono a 1.343 euro, di fatto la paga di un operaio specializzato.

Ma chi sono i laureati che lavorano e quanto lavorano? Fra quelli del 2011 il tasso di occupazione dei triennali è pari al 66%, scende al 59% tra gli specialistici biennali e al 36% tra i laureati a ciclo unico. In realtà, a una lettura più attenta, se si considera solo chi risponde all’indagine di “essere occupato”, la percentuale scende al 44,4% a un anno dalla laurea per risalire, però, al 77,4 a cinque anni dal titolo di studio. Considerando che esiste una consistente quota di laureati di primo livello impegnata in attività formative, anche retribuite, come tirocini, praticantati, dottorati di ricerca e stage in azienda oppure, nel caso delle lauree specialistiche a ciclo unico, i corsi di specializzazione (come nel caso dei medici), un’indagine più chiara degli sbocchi occupazionali può basarsi sull’occupazione a cinque anni dalla laurea. In questa chiave, i più occupati, e anche quelli che guadagnano di più, come vedremo, sono gli odontoiatri. I dentisti, infatti, risultano occupati a cinque anni dalla laurea al 97,4% mentre i medici, per raggiungere la stessa percentuale, devono prima compiere la specializzazione e il tirocinio. La loro retribuzione media, a cinque anni dalla laurea, è tra le più alte, 1.976 euro mensili. Quella dei medici scende a 1.740 euro. Molto di più di un’altra categoria di laureati ben piazzata, quella degli ingegneri. A cinque anni dalla laurea specialistica dichiara di essere occupato il 91,8% con una retribuzione media di 1.676 euro. Nella specializzazione spiccano gli ingegneri meccanici (94,3% e 1.797 euro medi), quelli informatici (93,7 e 1.665) e i biomedici. Anche gli Informatici si assicurano una garanzia di occupazione al 92% con retribuzioni medie di 1.559 euro. Va ancora bene ai laureati in Economia e Commercio, settore gestione aziendale, che possono vantare un tasso di occupazione del 91,7% a cinque anni dalla laurea e una retribuzione media di 1.512 euro mensili. I fisici sono formalmente occupati al 58,9%, ma solo per effetto dell’incidenza che ha, in quest’ambito, la formazione post-laurea. Il tasso di disoccupazione dichiarato, infatti, è solo del 6,7% con retribuzioni medie di 1.664 euro. Da non sottovalutare specializzazioni meno “nobili” ma importanti: le Scienze infermieristiche danno lavoro al 97,4% dei laureati con retribuzioni medie di 1.716 euro. Mentre l’interpretariato offre una copertura dell’87,6% con retribuzioni più basse a 1.164 euro.

A stare peggio sono invece i laureati in Lettere con tassi di occupazione a cinque anni dalla laurea del 67,9% e retribuzione media di 1.019 euro. Ancora peggio gli archeologi che lavorano solo al 58,7% con una retribuzione media di 981 euro. Garantisce un po’ di più la laurea in Giurisprudenza, ma solo al 76,7% e con una retribuzione media di 1.217 euro. A metà di questa particolare classifica, gli architetti, all’88,4% con basse retribuzioni di 1.179 euro e il settore agrario con una percentuale di occupati all’84% e retribuzioni medie di 1.185 euro. Allontanandosi dalla laurea, la condizione occupazionale e retributiva tende ad aumentare. Almalaurea sottolinea come questo dato confermi “che il nostro è un mercato del lavoro che si caratterizza per tempi lunghi di inserimento lavorativo e di valorizzazione del capitale umano, ma di sostanziale efficacia nel lungo termine”. Per i laureati intervistati a cinque anni dal titolo, il tasso di disoccupazione si riduce a valori “fisiologici” (6%), nonostante la crisi. Ma la fatica per arrivare a quel traguardo è sempre maggiore.