Graziano-Graziani (1)

Non può piovere per sempre” (“Il Corvo”)

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo, trasenno stu canciello ha fatt’ ‘o punto 
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme tu nun t’he fatto ancora chistu cunto?” (“A livella”, Totò)

Corvo torvo seduto sopra il bordo, occhio non vedere, paura non avere, un’altra notte da bruciare sul suo gemito che muore” (“Corvo torvo”, Vinicio Capossela)

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?” (Ugo Foscolo)

Da Lee Masters a De Andrè, passando per Morgan per finire con Graziano Graziani. Le porte del cimitero si schiudono ancora per far entrare nuovi visitatori. Come un monito a chi è ancora vivo, a chi ha ancora la possibilità di poter cambiare la propria esistenza. Un tuffo in bianco e nero ascoltando le storie di un passato prossimo, come appoggiarsi alle lapidi, come fermarsi davanti a fiori ormai secchi, a date sbiadite, a fotografie consunte, seppiate, in volti persi nella notte dei tempi. C’è grande amarezza ne “I sonetti der corvaccio” (ed. La Camera Verde, 145 pp; 18 euro), oltre un centinaio di poesie in romanesco, piccole storie che ci narrano di tradimenti, di patimenti, di sconfitte, di fatica, di poca soddisfazione terrena, di sacrifici e lordure. Ne emerge un’umanità affranta e delusa, scomposta, piena di rimorsi per quello che non hanno fatto, o avuto il coraggio di fare, per la vita che hanno gettato al vento, esistenze ormai perdute per sempre e mai più recuperabili.

Graziani ci dice che non ci sono altre possibilità, nessuna seconda chance, chi ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto. Una visione atea e laica. Non c’è Dio, non ci sono preghiere che tengano, non c’è Paradiso come non esiste Inferno, non esiste redenzione né punizione, buoni e cattivi se ne stanno distesi, lunghi, passivi ad aspettare un tempo infinito, senza posa. Si vive e poi stiamo sdraiati, senza salvezza, nella noia più assoluta. La morte è vista come una cosa molto materica e profana. Dopo non esiste niente. E la morte non pacifica neppure perché in molte di queste figure che si raccontano, che si aprono, che si confessano in rima baciata e sgrammaticata, si percepisce ancora l’astio e la dura rassegnazione, la voglia di rivalsa e l’impossibilità a metterla in pratica. “Il meglio deve ancora venire” si è fatto scrivere sulla tomba invece Frank Sinatra.

Il corvaccio, becchino Caronte-Cicerone, ci porta a conoscere queste vite senza gioia ci passano accanto e ci sfiorano e ci dicono non fate come noi, vivete, non perdete tempo, non lasciatevi ingannare da falsi ideali, e anche non fatevi scrupoli per raggiungere la vostra felicità. Non abbiate paura di seguire i vostri sogni e di avallare le vostre speranze. Non fate come noi, gridano, ormai senza più unghie per grattare la bara. “Non preoccupatevi, è solo sonno arretrato”, l’epitaffio di Walter Chiari.

Leggendoli sembra di sentire un certo Pasolini o più indietro Belli, pare di afferrare Montesano e Manfredi, Sordi e Aldo Fabrizi, Ninetto Davoli e Franco Citti ma anche Lando Fiorini. Un grande condominio lugubre ma che non incute orrore. Una Famiglia Addams spruzzata di Cinico Tv dove sono più le sfortune, le disgrazie, le cadute che i successi e i sorrisi. Sono sonetti d’un altro tempo però, che risentono di un passato declinato a un Novecento scordato o al massimo ad un dopoguerra avvilito, difettano di modernità, di vicinanza con il nostro presente, limite che ce li fa godere, scorrono via facili e deliziosi e irriverenti e divertenti alcuni, ma ce li fanno anche mettere nella casella del folclore lontano, della leggenda da tramandare di bocca in bocca, da una generazione alla successiva.

Graziani sta preparando una seconda tranche di sonetti, che speriamo unico neo abbiano un sentore, un’atmosfera, un odore più nostro, più vicino, più quotidiano. Che il trapasso prima o poi viene a trovarci tutti, come è scritto all’entrata del Cimitero del Verano di Roma: “Ciò che siamo sarete. Ciò che siete fummo”.

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