Pechino, come si vocifera sui social network, ha un bell’ordinare ai direttori dei giornali di non usare toni catastrofici evitando termini tipo “crisi” e “disastro”: che sia gonfiato o meno, il tracollo è sotto gli occhi di tutto il mondo dove le piazze finanziarie stanno andando giù all’unisono in un lunedì che più nero di così non potrebbe essere. Il primo a cadere, quasi inutile a dirsi, è stato l’indice di riferimento della regione asiatica, l’Asia Pacific Index, che ha perso il 4,6% portando a -20% il saldo dal massimo dello scorso aprile, Shanghai è crollata dell’8,49% a 3.209 punti, mentre Shenzhen ha perso il 7,7%, a Hong Kong si è registrato un -5,17% e Taiwan e Tokyo sono rispettivamente crollate del 4,84 e 4,61 per cento. Da qui il contagio si è sparso a macchia d’olio per tutto il mondo. L’ondata di panico è dapprima planata su un’Europa già in tensione per l’attesa delle elezioni greche ed è poi rimbalzata oltreoceano. Non ha certo aiutato la discesa ai minimi del prezzo del petrolio con il Brent arrivato a 43 dollari al barile, mentre il Wti è precipitato sotto 39 dollari in scia alla decisione dell’Iran di aumentare la produzione nonostante il surplus. La decisione di Theran è determinata dalla volontà di mantenere le proprie quote di mercato. Ma con il petrolio stanno crollando anche i prezzi delle materie prime, oro escluso.

 A pesare sui mercati sono sempre i timori sulla tenuta economica di Pechino, alimentati dalla vana attesa di contromisure forti da parte delle autorità oltre che dall’interpretazione pessimistica delle mosse fatte. Senza contare il rischio più che concreto di un rialzo dei tassi d’interesse da parte della banca centrale Usa, la Fed, che avrebbe reali ripercussioni sul gigante asiatico. La decisione di Pechino di consentire ai fondi pensione di investire un massimo del 30 per cento del patrimonio netto in azioni e titoli azionari stabilita alla fine della settimana scorsa non ha certo frenato la caduta, anche perché gli investitori si aspettavano al contrario che la Banca centrale iniettasse più liquidità sui mercati, tagliando il coefficiente di riserva obbligatoria. E così Shanghai ha spazzato via tutti i guadagni messi a segno nel 2015.

L’orizzonte futuro non promette meglio, dopo che in giornata il segretario delle Finanze di Hong Kong, John Tsang, ha spiegato che le autorità non intendono intervenire sul mercato per sostenerne le quotazioni. Alla base della decisione la constatazione che i fondamentali restano solidi, pur se messi sotto pressione da fattori esterni. Tsang ha inoltre voluto evidenziare come la netta discesa patita dagli indici asiatici nelle ultime settimane al momento non abbia fatto emergere “significative fughe di capitali” dalla Borsa di Hong Kong. Al contrario da Mumbai il governatore della Reserve Bank of India, Raghuram Rajan, ha cercato di placare il nervosismo degli investitori, dicendo che l’India è pronta a usare le proprie riserve di valuta estera per sostenere la rupia in caduta libera sul cambio col dollaro come tutte le valute dei cosiddetti Paesi emergenti. “L’India ha 355 miliardi di dollari di riserve più ulteriori 25 miliardi, dato che le nostre vendite a termine di dollari non scadranno per il prossimo anno; di conseguenza, abbiamo 380 miliardi di dollari da mettere in campo, se ce ne fosse bisogno”, ha detto. I prezzi delle materie prime sono in calo e il governo di Narendra Modi sta gestendo le derrate alimentari in maniera attenta, mentre la valuta indiana è scivolata ai minimi da due anni.

Quanto a Pechino, la più efficace sintesi è quella di Rajiv Biswas dell’Ihs Global Insight che ha dichiarato al Guardian: “Sembra che non sappiano cosa devono fare”, il governo cinese “è intervenuto in modo frammentario. Non c’è stato uno sforzo costante”. Dopo l’iniezione sui mercati di oltre 150 miliardi di yuan, ora la strategia della Banca popolare cinese per aumentare la base monetaria sembra puntare su una forte riduzione dell’acquisto di valuta estera utilizzato in maniera predominante negli ultimi dieci anni e un aumento delle operazioni di mercato aperto.

Fatto sta che l’ennesimo crollo delle Borse cinesi ha fatto scattare le vendite sui mercati azionari di mezzo mondo, inclusa la Borsa di Milano che, insieme alle consorelle europee, ha atteso invano l’apertura di Wall Street per riprendere quota. E così Vecchio Continente ha chiuso la seduta in profondo rosso, a partire da Francoforte (-4,7%) zavorrata dai rapporti commerciali tra la Germania e la Cina e Milano (-6%) dai titoli del lusso. Malissimo anche Amsterdam (-5,24%), Madrid (-5%), Londra (-4,6%) e Parigi (-5,35%). Discorso a parte per Atene che in scia alle incertezze politiche ha chiuso a -10 per cento. Oltreoceano, invece, dopo un avvio in caduta libera Wall Street ha ridotto le perdite ma non abbastanza da evitare una chiusura a -3,6% per il Dow Jones e a -3,8% per il Nasdaq.

“I mercati si trovano in un circolo vizioso. C’è un’intensa debolezza nelle commodity (materie prime, ndr) e sui mercati emergenti, così come ci sono timori per la crescita globale”, ha commentato Nick Gartside, analista di JP Morgan, sottolineando che in questo contesto è improbabile che la Fed alzerà i tassi di interesse il prossimo mese. Intanto sul fronte dell’economia reale si registra un rallentamento delle fabbriche automobilistiche straniere in Cina. Case come General Motors e Volkswagen, per la prima volta hanno infatti ridotto la produzione dalla massima capacità mantenuta finora. Lo ha riportato il Wall Street Journal, sottolineando che le case automobilistiche sono quelle che finora hanno più beneficiato del crescente appetito cinese per i beni di lusso, quali le auto. Ma il raffreddamento dell’economia e delle vendite ha spinto a una frenata della produzione. Nei primi sei mesi dell’anno il tasso di utilizzazione dei 23 maggiori impianti stranieri è sceso per la prima volta sotto il 100% al 94,3% dal 107,4% dello stesso periodo dello scorso anno.

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