“Inutile mascherare, sconfitta secca e inequivocabile”: diamo atto a Nichi Vendola di non avere negato (come altri) l’evidenza di fronte alla resa incondizionata di Alexis Tsipras a Bruxelles. Adesso però la domanda che dovrebbero porsi lui e gli altri che dieci giorni fa festeggiavano il No in piazza Syntagma è: perché la sinistra perde anche quando vince?

Nadia Urbinati su Repubblica ha posto il tema del conflitto dentro la sinistra europea: la sinistra dell’establishment (Hollande e Renzi) che ha sciupato un’occasione di leadership e l’arrogante sinistra austro-tedesca, in asse con i vassalli filotedeschi del Nord e dell’Est europeo. Ma è una triplice frattura a cui va aggiunta la sinistra-sinistra della brigata Kalimera che voleva fare di Atene la capitale della controffensiva antagonista allo strapotere di Berlino e dell’Europa delle banche. Il sogno di unire a Syriza i Podemos spagnoli (gli unici in salute) e la gauche italiana si è infranto al primo atto. Ma se Atene piange, Roma non ride. Proviamo a elencare i pezzi della nostra sinistra-sinistra: il partito di Vendola, il movimento di Civati, l’arcipelago di Fassina, la coalizione sociale di Landini e nel Pd la fronda dei D’Attorre. Proviamo a calcolare il peso elettorale della somma di queste sigle? Meglio di no. Eppure, il blocco del disagio sociale falcidiato da crisi e disoccupazione è consistente. Caro Vendola, perché non si fida di voi?

il Fatto Quotidiano, 15 luglio2015

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