Un gioco a chi devasta di più, tra spaccate e lanci di molotov contrapposti alle tecniche di contenimento delle masse in rivolta. Il gioco in questione è un videogame tutto italiano finito al centro di forti polemiche, tra le recensioni entusiastiche degli addetti ai lavori e le sdegnate censure dei sindacati di polizia, niente affatto contenti di vedersi lanciare sassi e bombe carta anche in ambiente virtuale, tra gli applausi di guru e cantori dei prodigi tecnologici. Il gioco si chiama Riot, Civil Unrest, che sta per sommossa, disordine civile. Ma chi lo ha ideato e prodotto lo definisce in modo asettico un “simulatore di rivolte”. Le immagini del trailer pubblicato il 23 aprile scorso, che riportiamo sotto, sollevano più di un dubbio.

Il caso – se di questo si tratta – è tutto da codificare, mentre rigurgita scontri la Val di Susa e a Milano l’eco della guerriglia urbana s’è appena spento. Tra le scene del gioco spuntano pure il politico che penzola dalla finestra col cappio al collo, il bancomat assaltato e l’auto della Polizia di Stato che virtualmente esplode per le strade di Milano, a un mese dalla guerriglia reale che ha sconvolto la città.

E proprio Milano, altro ingrediente della vicenda aizza-polemiche, ha dato risalto a questo prodotto tributandogli uno spazio d’eccezione: l’autore, il 28enne esperto di animazione Leonard Menchiari, era inserito come relatore ufficiale al festival della rivista “Wired”, che si è tenuto nel capoluogo lombardo dal 21 al 24 maggio. Titolo dell’incontro: “Pixel, molotov e black bloc: un videogioco per capire le rivolte sociali”, presenza propedeutica al lancio del gioco stesso prevista per l’estate, con promesse di allargarsi presto anche ad altre versioni, tra cui quelle per smartphone.

L’appuntamento non sfugge al sindacato di polizia Coisp, megafono di polemiche a volte pretestuose. Non stavolta. Il sindacato non gradisce e scrive al sindaco Pisapia, agli sponsor e all’ex direttore della rivista hi-tech (Massimo Russo, ndr).  “Il gioco Riot – si legge nella lettera firmata dal segretario Franco Maccari – viene ampiamente pubblicizzato e proposto come uno strumento di guerriglia urbana e rivolta, termini che le dovrebbero risuonare particolarmente familiari dopo le manifestazioni del 1° Maggio a Milano, messa a ferro e fuoco proprio dai “rivoltosi” black bloc, così bene rappresentati nell’immagine che segue, dove viene incendiata una Volante della Polizia a colpi di molotov”.

Tra gli aspetti paradossali sollevati, il fatto che gli sponsor della kermesse di Wired sono tra le vittime predilette della guerriglia urbana che viene messa in scena come fosse un gioco. La Bnl, banca tra le più “gettonate” negli assalti black bloc ed affini e poi l’Audi, tra le marche d’auto più colpite nelle violenze che hanno attraversato il centro di Milano tra il 21 e il 24 marzo.

Ma la polemica va oltre, al cuore dell’iniziativa. “Cosa ci sia da ‘capire’ nell’apologia della violenza, fatta business e predicata da un programmatore di videogame, ci lascia francamente perplessi, soprattutto in un evento dove si è chiamato a parlare  anche un premio Nobel per la Pace (Shirin Ebadi, ndr), ma questa discrasia, se non incoerenza, la lasciamo spiegare, se lo riterrà opportuno, al direttore di Wired, Massimo Russo, che legge per conoscenza”. Insomma, il Coisp contesta ogni tentazione ‘sociologica’ di giustificare la violenza, di “poter scegliere da che parte stare” nel videogame per allenarsi meglio agli scontri ed esaltarsi nell’incendiare proprietà pubbliche e private, la polizia e i poliziotti. Parla apertamente di “apologia della violenza”.

Si rammarica il sindacato dei poliziotti, della pubblicità che suo malgrado finisce per fare all’iniziativa al suo ideatore, che si dice ispirato dagli scontri No Tav in Valsusa, che afferma di essere stato protagonista di duri scontri con la polizia, colpito dai getti degli idranti e dai lacrimogeni. “Alla fine aizzerà i soliti noti contro la ‘censura’, mentre ciò che stiamo chiedendo è solo quel minimo di buon senso, anche civico, che dovrebbe vedere le Istituzioni pubbliche e private schierate, senza se e senza ma, dalla parte di chi vive ed agisce seguendo le regole democratiche”.

Tocca andare alla fonte. Proprio su Wired, un mese prima della kermesse, viene pubblicata una recensione entusiastica del gioco. Titolo: “Finalmente arriva Riot”. Si racconta il successo nella raccolta di fondi per finanziare il progetto, partito con l’obiettivo di 15mila dollari e arrivato a 40mila grazie alla piattaforma Indiegogo. E racconta anche da dove arriva l’ispirazione del creatore Menchiari: “Con i soldi raccolti Leonard ha girato mezza Europa per osservare in prima persone le situazioni e gli scenari che aveva in mente di simulare. Dal Maghreb della Primavera araba fino alle sommosse urbane che hanno agitato la Grecia diversi mesi fa. L’ultimo scenario previsto, quello a lui più familiare, è relativo agli scontri del movimento No Tav italiano a cui Leonard ha preso parte più volte in passato”.

Poi si entra nel gioco. Attraverso 20 livelli e quattro campagne – in Grecia (Keratea), in Italia (No Tav), Spagna (Indignados) ed Egitto (Primavere arabe) – Riot vorrebbe “codificare” le manganellate, le molotov e i disordini. Facendo prendere posizione ai giocatori, trascinandoli direttamente nella guerriglia. Nella quale, precisa il manifesto sul sito ufficiale,  “si possono selezionare anche proiettili veri”. Sin dall’inizio è stata prevista la possibilità di impersonare i manifestanti così come le forze dell’ordine, prendendo di volta in volta le parti degli uni o degli altri. “Proprio questa ricerca di un equilibrio complessivo è uno degli aspetti che stanno più a cuore a Leonard”, si leggeva su Wired.

Eppure la pretesa neutralità rispetto agli schieramenti non è poi tale fino in fondo, come si vorrebbe. Lo spiega ancora l’autore: “Per quanto riguarda i rivoltosi la personalizzazione, oltre alle armi, sarà centrata sulle tecniche di sommossa da mettere in atto. Si potranno usare piccoli petardi come miniciccioli fino a bombe carta e molotov. Voglio anche mantenere la possibilità che alcune manifestazioni siano pacifiche, non sarà necessario usare la violenza per superare un livello ma il pegno da pagare sarà avere nelle proprie fila un mucchio di feriti”. Alla fine il gioco si fa serio e tradisce il tratto ideologico: per mantenere la pace, tocca avere nelle proprie fila un mucchio di feriti.

Twitter: @thomasmackinson

t.mackinson@ilfattoquotidiano.it

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