Quasi 77mila contratti stabili in più e 2,57 milioni di nuovi rapporti di lavoro attivati a fronte di 1,9 milioni di cessazioni. Sono i dati relativi ai primi tre mesi del 2015 diffusi lunedì dal ministero del Lavoro, che ha pubblicato la nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie. Le rilevazioni del dicastero guidato da Giuliano Poletti mostrano come i nuovi contratti attivati siano cresciuti del 3,8% (+95mila) rispetto al primo trimestre 2014, trainati dalla crescita dei rapporti a tempo indeterminato, aumentati del 24,6% rispetto allo stesso periodo. Al tempo stesso, però, sono aumentate del 3,4% anche le cessazioni. In particolare i contratti di collaborazione terminati sono saliti del 4,2% e quelli a tempo determinato del 5,9%. Segnali del fatto che la decontribuzione per tre anni dei contratti stabili, prevista dalla legge di Stabilità, sta dispiegando i primi effetti. Occorre infatti tener conto che questi dati si riferiscono ai contratti firmati e non ai singoli lavoratori, ognuno dei quali può aver visto concludere un contratto a termine, ed essere stato quindi contato tra le cessazioni, per essere poi stabilizzato, comparendo quindi anche tra le attivazioni.

Nel corso del trimestre, i licenziamenti sono scesi per la prima volta dal primo trimestre 2012 sotto quota 200mila unità, calando del 12,1% rispetto ai primi tre mesi del 2014. Sono calati anche, del 21,1%, i contratti conclusi per cessazione di attività, mentre è stato rilevato un aumento del 7,3% delle dimissioni.

Tra gennaio e marzo di quest’anno, le assunzioni totali a tempo indeterminato sono state 552.665 a fronte di 475.854 cessazioni, con un saldo positivo quindi di 76.811 contratti stabili. Le assunzioni complessive (comprensive di contratti a tempo determinato, apprendistato, collaborazioni eccetera) sono state oltre 2,57 milioni (+3,8%) a fronte di 1,96 milioni di cessazioni (+3,4%).

Il dato sui primi tre mesi dell’anno risente solo in piccola parte dell’entrata in vigore delle prime norme del Jobs act, visto che il nuovo contratto a tutele crescenti è in vigore solo dal 7 marzo. Entro la fine della settimana sono intanto attesi in consiglio dei ministri gli ultimi decreti attuativi del ddl, tra i quali quello sulla riforma degli ammortizzatori sociali.

Dopo la pubblicazione dei dati, sono arrivate puntuali le reazioni delle parti sociali. “Ci si potrà immaginare che questa legge non duri a lungo” – ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso riferendosi al Jobs act – perché potrà creare “ulteriori divergenze tra un mondo del lavoro che può farcela ed uno a cui vengono sottratte le prospettive di stabilizzazione”. “Quello che ha fatto il governo – ha commentato invece il leader della Uil, Carmelo Barbagallo riferendosi in particolare alle modifiche all’articolo 18 e del demansionamento – è abbastanza chiaro, non dà adito a nessun dubbio, ha fatto un’operazione di squilibrio nei rapporti di forza tra datori e lavoratori a svantaggio di questi ultimi. Proviamo a rimediare agli errori del Jobs act con la contrattazione”.

Il numero uno della Cisl, Annamaria Furlan, sottolinea invece i “segnali positivi” sul lavoro avvertendo però che “c’è ancora tanto da fare. Ma più che il Jobs Act credo sia la decontribuzione prevista in legge finanziaria per le imprese che assumono a tempo indeterminato. E’ la prima volta che in questo Paese assumere a tempo indeterminato costa meno che assumere a tempo determinato e i benefici sono evidenti”.

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