L’art. 27 della Costituzione Italiana, riguardo ai detenuti, così recita: “(…) Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (…)”.

Probabilmente non vi è altra norma della nostra Carta così negletta come questa. I carcerati, in realtà, non solo non vengono rieducati, ma spesso e malvolentieri vivono in condizioni letteralmente bestiali in celle superaffollate.
Del resto, la stessa “Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati” non parla esplicitamente di un diritto degli stessi ad essere reintegrati nella società civile allo sconto della pena, dopo aver fatto un percorso di riabilitazione all’interno o all’esterno del carcere. Eppure la Costituzione dice chiaramente che le pene “devono” tendere alla rieducazione.

I dati parlano chiaro. Al 31 dicembre 2014 (dati del Ministero della Giustizia) in Italia su una popolazione carceraria di oltre 53.623 detenuti, solo 14.550 lavorano. Eppure, se si seguisse la strada della rieducazione, oltre a rispettare la Costituzione, ci si garantirebbe una diminuzione di recidiva e quindi di delinquenza futura. Si calcola infatti che sono circa il 60% i detenuti che tornano a delinquere, mentre per quelli occupati durante lo sconto della pena il rischio si dimezza (recidiva di circa il 30%).

Anche in questo campo, siamo ben indietro rispetto ad altre nazioni europee, visto che da noi il 72,87% delle condanne viene scontato all’interno di pochi metri quadri di cemento armato, mentre ad esempio in Francia e Gran Bretagna avviene quasi l’esatto contrario, con il 75% delle condanne che viene scontato lavorando all’esterno del carcere.

Non mancano certo progetti virtuosi, che danno bei risultati, come Pausa Cafè, una cooperativa che opera nel campo del commercio equo e solidale e che ha in corso progetti di reinserimento di detenuti presso le carceri di Torino e Saluzzo.

Ma forse il caso più bello è stato l’esperimento svolto all’Isola di Gorgona, con i carcerati che lavoravano all’aperto in campo agricolo e zootecnico, a fianco di Marco Verdone, veterinario atipico, che, oltre a prendersi cura della salute degli animali, aveva a cuore il loro destino ed in particolare che non finissero destinati al macello.

Perché uso il verbo al passato? Perché la prosecuzione di questo esperimento è tutt’altro che certa. La decisione dell’Amministrazione Penitenziaria di esternalizzare le attività produttive, compresa la gestione degli animali presenti sull’isola, mette in forse sia la rieducazione dei condannati ispirata a principi di nonviolenza nel rispetto dell’alterità animale, sia la salvaguardia della vita degli animali stessi.

In proposito, peraltro, si è registrato a maggio un primo importante fatto, e cioè una mozione firmata da ventitré senatori di diversi schieramenti, che impegna il governo “a valorizzare e promuovere buone pratiche come l’esperienza di reinserimento e recupero dei detenuti del carcere dell’isola di Gorgona attraverso attività con animali domestici”. Ad essa si aggiunge anche una recentissima petizione congiunta dalle associazioni Lav e Essere Animali, che chiede al Ministro della Giustizia e a molti altri soggetti competenti di salvare l’esperienza innovativa di Gorgona e la vita degli animali che hanno rivestito un così importante ruolo sia nel percorso rieducativo che nella valorizzazione e conoscenza di questo carcere modello.

L’esperienza della Gorgona non solo non dovrebbe esaurirsi ma essere sostenuta ed estesa, perché uomini ed animali non sono “bestie” (e gli animali sono esseri senzienti, come riconosciuto dall’art. 13 del Trattato di Lisbona), ma hanno dei diritti che debbono essere riconosciuti e rispettati.

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