“Torno a Cannes, ma stavolta il festival non è la cosa più importante: io voglio le sale piene”. È un ufo nel panorama del nostro cinema, e lo ribadisce: lungi dal perpetuare snobismi autoriali, l’art pour l’art e altri cadaveri eccellenti, Matteo Garrone mette il pubblico davanti alla Palma d’Oro, e non solo perché Il racconto dei racconti l’ha anche prodotto.

Budget di 12 milioni di euro, rastrellati tra Francia e Inghilterra e lo zampino della Rai, per qualcosa che non vedevamo da tempo immemore entro i patri confini: è il fantasy, bellezza. Negli ultimi anni nani ed elfi sono venuti dalla Nuova Zelanda via Hollywood con l’esergo di Tolkien, la tv rimandava al risiko medievale di Game of Thrones, altrimenti, bisognava mettersi l’animo in pace, perché il genere è stato speso e vilipeso fino all’estinzione: per riesumarlo serviva non solo un grande regista, ma un demiurgo. Garrone lo è.

Se con il prologo fluo nel solarium di Gomorra aveva spazzato via l’antropologia del mafia movie ancora ferma a Quei bravi ragazzi di Scorsese, perché oggi i camorristi sono tirati e curati come Cannavaro, qui fa lo stesso con principesse e orchi, regine e gemelli, buffoni e zitelle: lasciate quel nerd di Peter Jackson a crogiolarsi con i suoi 48 fotogrammi per secondo e l’estetica bimbominkia de Lo Hobbit, Il trono di spade a torcersi nel bigio morale e la foia scopicchiante, perché Garrone riesce nell’inaudito, ridare al fantasy la realtà, di più, la verità.

“Nei miei film precedenti trasfiguravo il reale nel fantastico, qui accade il contrario: abbiamo proceduto per sottrazione, abbiamo cercato la credibilità, la sensazione che le cose stessero accadendo realmente”. Il materiale di partenza è eccellente: Lo cunto de li cunti del napoletano Giambattista Basile, capolavoro del barocco misconosciuto ai più. Con i co-sceneggiatori Albinati, Chiti e Gaudioso, Garrone vi ha selezionato tre racconti scritti 500 anni fa con l’inchiostro di oggi: fecondazione assistita, lifting, emancipazione femminile e, sì, pure decapitazioni. A tenere insieme le storie, è “il femminile: c’è una ragazza che sogna di conoscere il mondo, l’amore ed evadere dal castello, una donna che non riesce ad avere figli, una vecchia che per ingannare un re erotomane si finge giovane”.

Sullo schermo, l’estrazione pittorica di Garrone e i Capricci di Goya per nume tutelare, “il Casanova di Fellini, La maschera del demonio di Bava, il Pinocchio di Comencini e L’Armata Brancaleone di Monicelli per riferimenti”, cui non si può non aggiungere il Faust di Sokurov: Il racconto dei racconti è un film-mondo, ha l’ambizione realizzata di non distinguere tra fantasia e realtà, fantasy e prassi, senza peraltro deragliare di un millimetro dalla poetica di Garrone. Mentre i nostri “autori” si accozzano verghiani allo scoglio del Glorioso Cinema Italiano, Matteo è già oltre: nelle sinergie produttive, nella lingua inglese, nella capacità di attrarre star internazionali (qui Salma Hayek, Vincent Cassel e Toby Jones) condivise con l’altro dioscuro Paolo Sorrentino, e in più ha la volontà palestrata da Gomorra di riscrivere il genere e aprirsi alla serialità. Perché “non escludo ulteriori sviluppi, una serie tv o un volume 2: abbiamo già sceneggiato altri racconti”.

Se è un Autore, classicamente il detentore di una poetica e di uno stile, Garrone lo è dunque in chiave 2.0: autoriale e “generico”, costante e ondivago, avveniristico (“Ma il digitale è solo integrativo”) e artigianale. Ama i paradossi, ma per volontà di sintesi: “Dagli effetti speciali alle scenografie, abbiamo scelto una strada ardita: i luoghi reali devono sembrare ricostruiti, lo studio vero”.

È così: dalle Gole di Alcantara, passando per i castelli di Donnafugata, Sammezzano e Sermoneta, alla fotografia “vero – non vero” del cronenberghiano Peter Suschitzky, e se ci fosse ancora il papà dei semiologi Vladimir Propp godrebbe di questa morfologia della fiaba, sospesa in una terra di mezzo che non è quella derivativa di Jackson, in un tempo liquido che non è quello omogeneizzato dei Grimm e degli Andersen. Qui ci sono le tette e i culi, le orge e i gloryhole, le vecchie gilf a incollare i seni cascanti, qui c’è la vita, le madri possessive, i fratelli simbiotici, gli orchi talebani e i ritocchini che non tengono.

C’è tutto, e di più, l’unica incognita è sugli occhi e i cuori buoni per intendere Il racconto dei racconti: che dirà la nostra critica bacchettona? Che capiranno, al di là dell’inglese, i fratelli Coen presidenti di giuria a Cannes, dove il film passa il 14 maggio, lo stesso giorno in cui arriverà su 400 schermi del nostro Paese? La speranza è che tutti, pubblico, Coen e critici (in ordine di utilità sociale) salgano sul carro del vincitore, perché Il racconto dei racconti ha già vinto: rimarrà, capostipite di un nuovo fantasy. Viceversa, c’è chi ha già perso: le banche italiane. “Non ho trovato in Italia nessuna banca disponibile a finanziare la mia piccola casa di produzione Archimede: mi sono dovuto rivolgere alla Francia. Cofiloisirs conosceva il mio lavoro, han fatto una riunione, non ci ho dormito due notti aspettando il verdetto, ma alla fine mi hanno concesso il prestito”. Povere banche, ricco il cinema. Almeno, questo cinema.

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