Sono buonista, orgoglioso di esserlo. Esitavo a dichiararmi per un malinteso conformismo indotto dal pubblico ludibrio che condanna (vedi Treccani) l’ostentazione di buoni sentimenti di tolleranza e comprensione atta a farci sentire migliori. Davvero una brutta cosa, lo ammetto, intrisa d’ipocrisia, doppiezza e opportunismo, tutto quello che volete: ma un milione di volte meglio di quella feccia che, lunedì sera, a Piazzapulita, intervistata in qualche zoo del Nord-Est, rispondeva “chissenefrega” e “peggio per loro” alla notizia del barcone colato a picco con centinaia di essere umani.

Eppure, a pensarci bene, prendersela con quei grugni e coi loro anonimi compari online, che digitano: “700 zozzoni in meno da sfamare”, è troppo facile (se c’è tanfo basta aprire le finestre) poiché molto peggio sono i loro, per così dire, maitre à penser. Invecchiati girovaghi della qualunque, approdati al craxismo e quindi al berlusconismo dopo averci rotto i coglioni – quando faceva figo – con il terzomondismo equo e solidale e che ora sperano di cancellare le impronte propugnando virili respingimenti in mare contro la mollezza, appunto, buonisti.

E poi i clienti di certi talk, quelli che “la gente non ne può più”, trafficanti del peggior becerume televisivo che lucrano sulla sofferenza. Come quelli dei barconi che, se non altro, rischiano la pelle o la galera. Sono buonista per vendetta, pensando a quei pochi bambini salvati nel servizio della brava Valentina Petrini e ai tanti invece no, perché “peggio per loro”. #iosonobuonista.

Da ‘Stoccata e Fuga’, il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2015

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