Non so se è solo una mia impressione, ma in questa fine d’aprile della politica italiana si respira un’aria di sbaraccamento generale; di un prossimo attracco terminale raggiunto stancamente, quasi per inerzia. Senza dignità e decoro.

Giochi che si ripetono in maniera scontata, ma in cui intravedi soltanto un greve istinto di sopravvivenza tendente al bieco, che si difende facendo appello ancora una volta a pervicacia e menzogne.

Non a caso l’ultimo esemplare della scuola morotea – Enrico Letta – adesso si è posizionato come “riserva della Repubblica” in attesa di tempi migliori. E che lo abbia fatto, con le antenne sensibili alle vibrazioni del Potere che si ritrova, lascia prefigurare prossime consunzioni venture.

Intanto il nostro premier fracassone mostra sempre più la corda, nella sua strategia dell’apparire per sembrare: va a Washington dal Presidente Obama e l’unico risultato concreto che porta a casa è la prosecuzione della missione in Afghanistan dei nostri ragazzi in divisa. Eccitato dalla bellicosità di un tale “successo” (?), rimette in testa l’elmetto liquidando con un’inaudita lista di proscrizione la minoranza del suo stesso partito; quelli che pigolavano sommessamente argomenti contro una riforma elettorale/costituzionale che definire indecente suona soltanto a eufemismo.

La corporazione del potere, esauritisi gli effetti speciali del renzismo, ormai stenta a celare il proprio volto incartapecorito. Per questo ricorre alle cure dei suoi abituali truccatori mediatici. Che per rimediare devono incrementare la dose di unguenti e belletti fino a trasformare i propri assistiti in mascheroni. E le loro presunte verità in sempre più evidenti pagliacciate. Volete un esempio? Lo traggo dalla travagliata campagna elettorale ligure, di cui tanto si è parlato e dove nulla del dichiarato dai “rieccoli” in campo corrisponde alla realtà. Mentre si percepisce l’ansia di condurre in porto affarucci e affaroni in ballo da troppo tempo. Prima che arrivi la paventata (e non impossibile) mazzata da parte dell’elettorato.

Tempo fa ne ho parlato io stesso anche su il Fatto cartaceo: sull’abbandonata collina retrostante Genova (gli Erzelli) si vorrebbe da tempo immemorabile realizzare una “cittadella della scienza” in base a un progetto inizialmente firmato da Renzo Piano; il quale poi ha ritirato la firma per gli stravolgimenti imposti dai finanziatori (attualmente le banche e i loro sponsor; tra cui il governatore Claudio Burlando). Non trovando privati che vadano a insediare imprese hi-tech da quelle parti, ora si cerca di costringere la Facoltà di Ingegneria a trasferirsi nel luogo impervio e privo di collegamenti. Operazione che assommandosi all’ubicazione colà anche di un ospedale consentirebbe di addossare il costo dell’operazione sui conti pubblici. In altre parole sulle spalle dei cittadini. Un obbrobrio, una vergogna. Contro cui gli ingegneri fanno ovviamente resistenza. Ma ecco che salta su domenica scorsa un professore di lettere – Vittorio Colletti – che sulle pagine locali di Repubblica mette a frutto le sue antiche frequentazioni della perfidia cattolica per svolgere al meglio il suo compito di banditore/trombettiere del regime burlandiano (ora in via di paitizzazione): gli ingegneri rifiutano di trasferirsi perché – udite, udite – non intendono mescolarsi “con i poveri”. Perfetto esempio di sepolcrismo imbiancato al servizio dell’illusionismo che mette a frutto la millenaria rendita ecclesiastica: nel caso la cura paternalistica del povero; in altri la consolazione dell’inevitabile destino mortale insito nella condizione umana come business.

Cosa c’entri tutto questo con i problemi di organizzazione dello spazio urbano locale non è dato di capire. Quello che si capisce benissimo è che questa genia di politicanti e loro intendenti è giunta a una fase terminale.

Sarebbe davvero bello regolare politicamente i conti con costoro già a partire dal prossimo 30 maggio.

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