In un testo di ormai quarant’anni fa, Europe Since 1870. An International History, uscito nel 1973, lo storico inglese James Joll scriveva: “L’incertezza sull’avvenire politico dell’Europa-est incide su ogni previsione che si possa fare sull’Europa-ovest. Se per esempio dovesse cambiare lo status della Germania orientale, e sembrasse praticamente possibile la riunificazione della Germania, sarebbe difficile mantenere la forma presente della Comunità europea, dato che la naturale potenza economica, demografica della Germania sarebbe tale da costituire una minaccia per l’equilibrio dell’Europa, e fare di un’Europa sotto egemonia tedesca la sola forma in cui il continente possa unirsi. La storia d’Europa nel secolo dopo il 1870 è stata dominata politicamente dalla questione tedesca. […]”

Ho voluto citare questo brano perché vi è perfettamente pronosticato quello che sta accadendo oggi. Dopo l’unificazione della Germania nel 1871 non c’era nessuno Stato  in Europa che potesse controbilanciare il suo potere. La volontà di potenza (di nietzschiana memoria, per quanto male interpretata), sotto il profilo politico, non era altro che lo Stato-potenza che troverà il suo culmine nel Terzo Reich. Non era infatti stato sufficiente Versailles a sconfiggere il nazionalismo germanico, anzi paradossalmente finì con l’acuirlo. Soltanto la divisione della Germania in due Stati seguente alla seconda guerra mondiale aveva definitivamente sconfitto il sogno imperiale tedesco. O perlomeno così sembrava, sino a quando il crollo dell’Unione Sovietica ha posto le condizioni per la riunificazione della Germania.

Mitterrand allora aveva intuito meglio di ogni altro il pericolo di una Germania di nuovo unita. Da qui l’idea di legare il suo destino all’Europa, da qui il Trattato di Maastricht e l’idea di una moneta unica che avrebbe dovuto limitare la potenza tedesca. Purtroppo le cose sono andate diversamente e l’Euro è diventato lo strumento che ha consentito alla Germania di crescere sinora senza sosta. I filosofi la chiamano “eterogenesi dei fini”. Così al nazionalismo del marco tedesco di cui parlava Habermas si è sostituito il nazionalismo dell’Euro tedesco. Ed è così riesplosa in Europa quella questione tedesca paventata da Joll nel passo sopra citato, e sulla quale oggi storici come Hans Kundnani, Andreas Winding e Dominik Geppert hanno cominciato finalmente a richiamare l’attenzione.

La recente crisi ucraina ha mostrato ancora una volta come non esista una politica estera dell’Unione Europea, o meglio che questa si identifichi semplicemente con quella tedesca. Persino la Francia di Hollande svolge ormai soltanto un ruolo ancillare in un programma in cui c’è un’unica protagonista: la cancelliera Merkel.

C’è un modo per limitare la potenza tedesca?

Forse un modo ci sarebbe: far crollare quella moneta che ha costituito la sua fortuna. Per una economia tutta basata sull’esportazione il crollo dell’Euro sarebbe devastante. Uscire dall’Euro, quindi, non solo per ragioni economiche, ma per bloccare un  pericoloso processo egemonico in Europa e prima che sia troppo tardi.

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