Scricchiola l’indotto delle acciaierie Ast di Terni. A poco più di un mese dall’accordo che ha scongiurato 550 licenziamenti, torna a salire la tensione nello stabilimento umbro. Il 22 gennaio hanno scioperato gli operatori della Ise, una piccola azienda (solo nove dipendenti) attiva presso l’impianto: tre giorni prima era stata comunicata loro la disdetta dell’unica commessa che dava lavoro alla società. Il giorno seguente, la scadenza del contratto è stata differita “per consentire la ricollocazione delle maestranze”. I sindacati, pur esprimendo “moderata soddisfazione“, lo considerano il campanello d’allarme che segnala un pericolo ben più grave. “Temiamo che sia solo la punta di un iceberg e che altre centinaia di lavoratori dell’indotto possano essere a rischio”, spiega Alessandro Rampiconi, segretario della Filt Cgil Umbria.

Ise si occupa del trasporto delle scorie ferrose generate dalla produzione dell’acciaio nello stabilimento ternano. La società lavora in subappalto per conto di Ilserv, una delle più grandi aziende dell’indotto dell’acciaieria ternana, con circa 300 dipendenti. E proprio Ilserv, spiegano i sindacati, ha deciso di interrompere il rapporto con Ise, privandola della sua unica commessa a partire dal 1 febbraio. Dopo un vertice in prefettura tra azienda e sigle sindacali, il termine è stato posticipato a data da definirsi, con l’intenzione di trovare una soluzione per i lavoratori.

Ma la preoccupazione resta, perché, appunto, dietro il caso Ise c’è molto di più. Nel comunicato che annunciava lo sciopero, la Filt Cgil Umbria sottolineava che “tutto ciò accade dopo la sottoscrizione di un accordo tra ThyssenKrupp, istituzioni e sindacati in seno al ministero dello Sviluppo Economico in data 3 dicembre 2014 e soprattutto dopo la richiesta di uno sconto pari al 20% del fatturato”. In poche parole, i sindacati accusano Ast di volere spostare gli esuberi dai propri lavoratori a quelli delle società in appalto, semplicemente riducendo i loro compensi. “Siccome l’azienda, con l’intesa di dicembre, si è impegnata a non licenziare i lavoratori diretti – argomenta Rampiconi – ora sta scaricando il taglio dei costi sui dipendenti dell’indotto”. E questa operazione, secondo le sigle sindacali, ha trovato attuazione pratica nella richiesta, fatta da Ast alle aziende in appalto, di ridurre il fatturabile del 20 per cento. “A noi non fanno vedere le carte – precisa il sindacalista – ma l’informazione ci è stata confermata ai tavoli ufficiali da alcune aziende dell’indotto”.

L’allarme era stato lanciato solo una settimana prima dal coordinamento delle Rsu/Rsa dell’indotto Ast di Cgil, Cisl e Uil di Terni. “Non risulta chiaro ancora – scrivevano i delegati sindacali – l’atteggiamento della ThyssenKrupp in merito alla riduzione del 20% del fatturabile, trasformato, sembrerebbe, in una richiesta di liberalità non certificata da parte degli appaltatori. Questa mancanza di trasparenza non è salutare per il sito e non preclude l’avvento di imprese non rispettose di leggi e contratti”. A pagare le conseguenze di questi accordi poco chiari, secondo i sindacalisti, sono i lavoratori: “Cominciano ad arrivare le prime avvisaglie di ristrutturazione delle aziende. Ancora non registriamo procedure di mobilità aperte, ma le più piccole hanno cominciato a licenziare i lavoratori per mancanza di lavoro o a chiedere demansionamenti e/o tagli al salario, persino su istituti contrattuali indisponibili”.

Le preoccupazioni relative all’indotto Ast richiamano il momento di tensione che vivono i fornitori dell’altro grande impianto siderurgico italiano, quello dell’Ilva di Taranto. Il 19 gennaio, le aziende hanno indetto una manifestazione in piazza Montecitorio, a Roma: il loro timore è che, con l’avvio dell’amministrazione straordinaria, i propri crediti siano azzerati. Così gli imprenditori hanno già messo in libertà circa tremila lavoratori e sospeso le attività per l’acciaieria.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Partite Iva, la rivolta dei freelance: inseriscono gli aumenti nelle fatture

prev
Articolo Successivo

Disoccupazione: ‘Lazzaroni’ e ‘benpensanti’ s’azzuffano acrimoniosi mentre il welfare è evanescente

next