Accade in Italia che una delle case editrici più blasonate pubblichi un testo scolastico in cui la storia viene raccontata in questi termini, a proposito di Questione meridionale.

In primis, essa viene definita un “differenziale di sviluppo economico, di benessere sociale” e fin qui ci siamo, ma anche “di identità civile e culturale che separa le regioni settentrionali da quelle meridionali e che costituisce il più drammatico freno alla crescita complessiva del paese”. La seconda parte della definizione fa sorgere qualche presagio su quanto si legge nel seguito della trattazione. Cito direttamente dal libro:

la discussione storica«… sul tronco di una differenza di sviluppo economico hanno preso forma una organizzazione sociale ed una identità civile profondamente diverse da quelle delle regioni centro – settentrionali. Esse sono dominate da un individualismo diffidente, nel quale gli interessi della famiglia o del clan si antepongono e, inevitabilmente, si contrappongono a quelli dello stato e della collettività nazionale. Su questo sottofondo pesano gli intrecci clientelari e la pervasività della violenza come pratica diffusa e sostanzialmente accettata per la risoluzione dei conflitti, sul cui tronco sono sorte associazioni criminali di dimensioni gigantesche».

Identità civile “diversa”, individualismo diffidente, preferenza degli interessi di famiglia (o clan) a quelli statali o collettivi, interessi clientelari…Da meridionale mi domando di quale Sud si parli. Non è certo il Sud in cui sono cresciuto, sono stato educato, ho studiato e vivo. E dove milioni di persone vengono in vacanza, d’estate, a trascorrere l’antologia del proprio anno solare. Le cronache insegnano, piuttosto, che clientelismo, corruttela, racket e malaffare sono mali declinati ormai in tutti i dialetti dello stivale. Ossia dovunque il tessuto politico, sociale ed economico si prestino al loro radicamento.

Il passaggio più drammatico è quello sulla violenza pervasiva accettata come pratica diffusa e accettata nella risoluzione dei conflitti. Si parla in termini generali di un Sud che, a questo punto, sarebbe meglio conoscere, visitare, studiare…

Credo sia utile riflettere sull’impatto culturale e umano che questo tipo di narrazione possa avere sullo studente del Nord Italia quanto sul suo compagno di classe di origini meridionali. Quale orrore nel rivelare le proprie origini ai propri compagni di scuola…Mai sia.

Preferisco, a questo punto, citare una fonte accreditata e dissonante. E sognare il tempo in cui la storia del nostro Paese possa essere spiegata in termini non banalmente dicotomici. Perché l’obiettivo dell’insegnamento consiste nella formazione di coscienze critiche. E i libri di testo sono gli strumenti di quella difficile e delicata operazione.

In un interessante articolo apparso sulla “Rivista di politica economica”, i ricercatori Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Cnr) si impegnano a “commentare le serie annuali del prodotto regionale, e d’individuare alcune variabili che possono avere influenzato i differenziali di sviluppo stimati”. Dati scientifici, non opinabili. Dai quali si evince che il divario Nord-Sud non affonda le radici nella storia preunitaria ma in quella trova la sua marcata e sistematica amplificazione. Dicono gli autori “Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo. Pare di poter dire che esso cominciò a manifestarsi dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’80”. E, più avanti nel testo dell’articolo “Nel 1891, in Italia, gli squilibri regionali risultano modesti. Se in alcune regioni dell’Italia Nord-Occidentale, come Liguria e Lombardia, i livelli di reddito pro capite sono significativamente superiori alla media nazionale, anche nel Mezzogiorno vi sono regioni relativamente prospere. In Campania il reddito pro capite è comparabile a quello della Lombardia, mentre in Puglia e nelle Isole maggiori è analogo a quello medio nazionale. Una situazione di relativo ritardo caratterizza alcune regioni del Mezzogiorno, come Abruzzi e Calabria, mentre nel Nord è il Veneto la regione più arretrata. Le condizioni regionali sono, dunque, molto simili e le differenze esistenti nei livelli del reddito pro capite non rendono possibile una divisione secondo la linea Nord-Sud”. “Nel 1951 la distinzione tra Centro-Nord e Mezzogiorno è netta: l’Italia è un’economia dualistica”.

Parliamone, dati alla mano…

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