L’ondata emozionale seguita al turpe attacco della testata Charlie Hebdo, ha già prodotto l’annuncio di norme emergenziali sul web.

Tra i primi ad esporsi il ministro Alfano, che mosso senz’altro da un intento condivisibile, ovvero quello di evitare che eventi del genere possano accadere anche nel nostro Paese, sembra però non avere le idee molto chiare sul rapporto tra web e attività di prevenzione e repressione dei fenomeni terroristici.

Ha detto Alfano: “Tra le norme che proporrò ci sarà anche un’azione sui providers che possono aiutare a trovare i messaggi di radicalizzazione sul web“.

Ora il ministro dimentica che la base della esistenza stessa del web è l’assenza di un obbligo di sorveglianza a carico dei provider. Un divieto di sorveglianza stabilito dalle norme comunitarie (e dalle norme italiane di recepimento), previsto perché altrimenti coloro che ci permettono di andare su internet (o di rimanerci) si trasformerebbero in sceriffi del web, facendo il lavoro che devono invece svolgere le autorità di intelligence e di pubblica sicurezza.

I provider non “possono aiutare” a trovare i messaggi sul web, non è il loro compito e non è previsto né dalle norme nazionali né da quelle comunitarie, perché al contrario soggetti privati dovrebbero inseguire milioni e milioni di comunicazioni in giro per il web, oltretutto in lingue diverse dalle nostre.

I provider invece sono a tutt’oggi oggetto degli ordini della magistratura, cosa che avviene praticamente tutti i giorni. Alfano però, a quanto pare questo non lo sa.

Il ministro ha infatti dichiarato: “Per quanto riguarda il web, il provvedimento annunciato dal governo dovrebbe prevedere la possibilità di «imporre ai provider, su ordine dell’autorità giudiziaria, di interdire l’accesso ai siti che incitino a tenere condotte terroristiche».

E qui almeno il ministro in coerenza con il nostro ordinamento menziona solo  l’Autorità giudiziaria, astenendosi  dal dotare l’Agcom di questi poteri, data l’autoproclamazione di questo ultimo soggetto di “giudice del web”, e gli imbarazzanti risultati ottenuti dalla cosiddetta antipirateria all’amatriciana.

Ci si poteva aspettare anche questo.

Quello però che tutti dovrebbero sapere è che l’Autorità giudiziaria, in genere su proposta delle Autorità di pubblica sicurezza, già fa quello che Alfano vorrebbe proporre al Consiglio dei ministri.

La Procura di Roma in particolare, (ma anche quella di Cagliari) indaga attivamente su questi temi, e dispone (o chiede ai giudici delle indagini preliminari di disporre) già da diverso tempo l’interdizione all’accesso ai siti sospettati di fondamentalismo o accusati di terrorismo, attraverso i provider, utilizzando il sequestro preventivo previsto dall’art 321 del codice di procedura penale.

Esistono già i reati (per esempio l’incitamento a commettere reati per scopi di terrorismo), l’autorità Amministrativa di polizia che se ne occupa, ed esistono già gli ordini adottati dai provider su ordine della magistratura per questi motivi.

Di cosa sta parlando il Ministro Alfano?

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