Sapere quando è il momento giusto per andare via è un’arte che si apprende con il tempo, ma che richiede anche un certo talento naturale: andare via da un lavoro, da un’amicizia, da una città, da una casa, da un’appartenenza politica, da un amore.

Le cose cambiano e noi con loro, così succede che anche i rapporti possano trasformarsi e anche morire. E allora delle due l’una: si può trovare il coraggio qualche volta crudele di accettare la legge del cambiamento per andare avanti o si può fare finta di niente e mantenere in rianimazione il passato per molti e anche ragionevoli motivi, come per esempio la sicurezza economica, la difesa della famiglia, certe consolanti abitudini, certi ricordi, la paura di sbagliare, l’attaccamento a una dipendenza, un imperativo morale e anche l’incertezza del dopo.

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Ma qualche volta si attiva un’altra forza inerziale ed è la difficoltà di accettare quello che viene vissuto come un fallimento. “Ho dato così tanto per questo progetto, non sopporto che tutto debba finire” “Sono stato dieci anni con lei, non posso buttarli via”.

Non credo che esistano decisioni giuste o sbagliate e ognuno cerca di vivere come vuole e come può, ma dal punto di vista psicologico questa paura del fallimento mi sembra un errore. Quello che abbiamo vissuto è parte di noi e quando un’esperienza si conclude non se ne butta via il valore; non c’è sconfitta in una fine, ma il riconoscimento che la vita è dinamica, ha un suo movimento nel quale ci si trova e ci si perde.

Un viaggio non è sbagliato perché finisce, un lavoro non è stato un errore perché è tempo di fare altro: tutto quello che abbiamo visto, capito, amato, tutto quello che ci ha dato gioia o dolore, e tutte le sorprese in quel viaggio e in quel lavoro, come in quella città e in quell’amore, rimarranno incisi per sempre dentro di noi, comunque. Ma che si vada o che si resti ci è compagna la malinconia.

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 3 novembre 2014

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