E’ tragicomica la discussione sul disegno di legge in materia di diffamazione andata in scena nei giorni scorsi nell’aula di Palazzo Madama.

Mentre, infatti, il Senato ragiona di come attenuare – non avendo il coraggio di eliminare – le pene per il reato di diffamazione, eliminando il carcere ma rincarando le sanzioni pecuniarie, nugoli di Senatori manifestano preoccupazione e allarme al solito grido, trito e ritrito, secondo il quale il web non potrebbe restare il far-west dell’impunità nel quale chiunque ha licenza di offendere e ledere l’altrui reputazione.

Ad aprire le danze la Senatrice Rosanna Filippin (Pd), relatrice del disegno di legge, al termine di un bell’intervento pieno di equilibrio e buon senso: “L’altro tema è il web, la rete, un mondo estremamente complesso, ma che non può restare terra di nessuno e sfuggire ad ogni regola. Non oggi, non qui, ma è tempo per un dibattito serio e maturo e per una legge che regoli quel mondo”, ha poi aggiunto.

Ma quelle della relatrice del disegno di legge, non sono preoccupazioni isolate. “Applausi dal gruppo Pd e dai Senatori Buemi e Bencini”, annotano, infatti, gli stenografi del Senato, alla fine dell’intervento della Senatrice Filippin. E, applausi a parte, a scorrere il resoconto della discussione dell’altro pomeriggio di posizioni analoghe, tra i banchi del Senato, se ne contano davvero tante.

E per convincersene basta leggere l’intervento del Senatore Buemi: “Non sfugge la delicata problematica dei prodotti collocati sulla rete Internet da privati. Se si considerano i casi di mail bombing che si ripetono contro pubblici ufficiali per addivenire a pericolose alterazioni della loro libertà di determinazione si comprende quanto urgente sia un intervento legislativo in materia. Il disegno di legge contro l’anonimato sul web, preannunciato nella scorsa primavera dagli onorevoli Moretti e Speranza su l’Unità, va accolto come un importante progresso contro l’agnosticismo informatico della sinistra che sin qui tante imboscate ha consentito ai cecchini della rete Internet”.

Tra toni ed espressioni, “bombing” e “cecchini della rete Internet”, sembra davvero che il web sia un’arma letale dalla quale difendere inermi cittadini e, secondo il Senatore Buemi, in particolare i “pubblici ufficiali”. Ma a destare preoccupazione non sono solo e non sono tanto gli interventi – pure numerosi – che si sono succeduti in aula e che offrono lo spaccato di un Senato che, come se il tempo non fosse trascorso, continua a guardare al web esattamente come accadeva quindici anni fa ovvero come ad una sconfinata prateria, anarchica e nella quale esportare la democrazia, imponendo regole in grado di comprimere e limitare la libertà di comunicazione.

A destare preoccupazione, purtroppo, è il testo del disegno di legge già approvato al Senato, in Commissione Giustizia, e che, ora, minaccia di diventare legge con il voto in Assemblea. I senatori, infatti, hanno “arricchito” il testo arrivato dalla Camera dei Deputati con un art. 3, ai sensi del quale: “Fermo restando il diritto di ottenere la rettifica o l’aggiornamento delle informazioni contenute nell’articolo ritenuto lesivo dei propri diritti, l’interessato può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione di disposizioni di legge” e, a tal fine “l’interessato, in caso di rifiuto o di omessa cancellazione dei dati, ai sensi dell’articolo 14 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, può chiedere al giudice di ordinare la rimozione, dai siti internet e dai motori di ricerca, delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione”.

La nuova previsione “ammazza-web” – probabilmente mai questa definizione tanto abusata è risultata indicata – è, evidentemente, poco ponderata, scritta male, imprecisa ed incompleta ma minaccia, per davvero, di mettere in ginocchio l’informazione online. Nella sostanza, la nuova norma, sembra dire che chiunque può chiedere al gestore di qualsiasi sito internet – e, quindi, non più soltanto alle testate telematiche ma anche a blogger e aggregatori di notizie – così come ai gestori dei motori di ricerca di far scomparire dal web i dati o le informazioni che assume lo offendano o ledano il proprio diritto alla privacy.

A fermarsi all’apparenza vien da pensare che la norma si limiti a ribadire l’ovvio ovvero che nessuno ha diritto di offendere nessun altro online e che, quindi, i contenuti offensivi o che violino l’altrui privacy non meritano di restare online né di essere tutelati dalla libertà di informazione.

Ma a leggere tra le righe ci si accorge che non è questo l’intento perseguito dai senatori, anche perché se lo fosse, non servirebbe nessuna nuova norma di legge, essendo pacifico, già oggi, che ci si possa rivolgere ad un giudice – o all’Autorità garante per la privacy – per chiedere di ordinare a chi l’ha pubblicato la rimozione di un contenuto diffamatorio o idoneo a violare la propria privacy. Il riferimento criptico alla disciplina sul commercio elettronico e, in particolare, alla responsabilità dei c.d. intermediari della comunicazione così come quello, invece, esplicito, ai gestori dei motori di ricerca, racconta infatti un’altra verità.

I senatori – in modo più o meno consapevole – intendono prevedere che chiunque possa prima chiedere e, poi, in caso di rifiuto, pretendere davanti ad un giudice che qualsiasi informazione – se ritenuta illecita – che lo riguardi sia rimossa dal web ad opera di chi la ospita o la rende accessibile anche se si tratti di soggetto diverso dal suo autore. Se il disegno di legge diventasse legge, in altre parole, per veder scomparire un video postato su un canale di Youtube da una piccola web tv o da un video blogger, l’interessato potrebbe domandare direttamente a Youtube di procedervi e in caso di rifiuto, trascinare in giudizio YouTube perché il giudice gli ordini di rimuoverlo senza neppure sentire le ragioni di chi l’ha realizzato o caricato online o, peggio ancora, ci si potrà limitare a chiedere a Google di disindicizzare qualsiasi contenuto ritenuto diffamatorio e, in caso di rifiuto, domandare ad un giudice di ordinarglielo, facendolo divenire, di fatto, inaccessibile, senza che il suo autore neppure se ne accorga.

E’ una soluzione democraticamente inaccettabile che condannerebbe l’informazione sul web a rimanere tritata in un ingranaggio nel quale la permanenza online di ogni contenuto sarebbe, di fatto, affidata alla determinazione con la quale i gestori dei motori di ricerca e quelli delle grandi piattaforme di aggregazione e pubblicazione di contenuti prodotti dagli utenti, decideranno di difendere contenuti non loro.

Che si tratti di poca ponderazione o ferma volontà di imboccare la strada più breve anche se democraticamente più povera, conta poco: il Senato deve fermarsi a riflettere e eliminare la disposizione appena introdotta nel disegno di legge in materia di diffamazione o, almeno, prevedere che ogni richiesta di rimozione o disindicizzazione di qualsiasi contenuto dal web deve avere sempre per presupposto che il suo autore sia posto in condizione di difendere, davanti ad un giudice, la legittimità della propria pubblicazione.

Se ciò non avvenisse, un disegno di legge nato per attutire la condizione di perenne minaccia nella quale vive chiunque faccia informazione, finirebbe con il porre l’informazione online sotto lo schiaffo di inaccettabili dinamiche censoree perché, naturalmente, non tocca ai gestori dei motori di ricerca né a quelli che aggregano contenuti altrui difendere la libertà di informazione degli utenti che hanno il sacrosanto diritto – fondamentale ed inviolabile – di difenderla, in prima persona, davanti al giudice naturale e nell’ambito di un giusto processo.

Sarebbe davvero il paradosso che il Senato, ad una manciata di giorni da quando la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini ha presentato all’Europa intera una prima bozza della Dichiarazione dei diritti fondamentali in Internet, approvasse una legge che di alcuni di quei diritti fondamentali rischia di fare carne da macello.

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