In quella terra di nessuno che è da tempo Bengasi (ne avevamo parlato qui la scorsa settimana), mercoledì 25 giugno, il giorno delle elezioni parlamentari, è stata assassinata Salwa Bugaighis: a casa sua, da sconosciuti, crivellata di proiettili alla testa, al petto e allo stomaco.

Un’esecuzione feroce. Nella Libia post-Gheddafi, le minacce e le intimidazioni nei confronti delle attiviste per i diritti umani e delle giornaliste da parte di milizie islamiste e altri gruppi armati non sono una novità. Ma mai si era arrivati all’assassinio.

Salwa era una donna coraggiosa. Avvocata, attivista per l’uguaglianza di genere e per i diritti delle donne, era stata tra gli organizzatori delle primissime proteste del febbraio 2011. Voleva diritti, non bombe.

Dopo la fine del regime di Gheddafi, aveva sostenuto a gran voce la partecipazione delle donne al dibattito politico sul futuro del paese. Aveva fatto parte del Consiglio nazionale di transizione e, negli ultimi mesi, era entrata nel Comitato preparatorio per il dialogo nazionale.

Nelle ultime settimane, aveva ricevuto molte minacce e inviti a tacere. Pochi giorni fa aveva rilasciato un’intervista a Naaba tv, denunciando i duri combattimenti in corso tra le forze fedeli al generale Khalifa Haftar e i gruppi armati islamisti in una zona della città controllata dalla Brigata Rafallah Sehati, una milizia islamista.

Nell’intervista, aveva accusato alcuni gruppi di minacciare le elezioni parlamentari e aveva sottolineato l’importanza della partecipazione popolare al voto, chiedendo che i seggi venissero protetti.

Essam al-Ghariani, marito di Salwa e membro del consiglio comunale di Bengasi, è scomparso e si teme sia stato rapito.

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