Il 30 aprile scorso è morto Roberto Mancini. Un poliziotto che ha sacrificato la propria vita facendo il suo dovere fino in fondo pur conoscendone i rischi: ha indagato per anni sui rifiuti tossici sparsi tra la Campania e il Lazio e si è ammalato di cancro. Un sacrificio che lo Stato ha quantificato in poche migliaia di euro (questo non mi stupisce, se non altro per il profondo limite morale e giuridico che il legislatore italiano si porta dietro da anni).

Roberto Mancini si è ammalato di tumore perché per trent’anni, questo è il tempo che ha dedicato all’indagine, ha respirato l’aria malsana delle discariche abusive sparse in mezza Italia dal clan dei casalesi. Le stesse discariche abusive che ancora oggi inquinano quello che mangiamo e beviamo: quelle che sono state scoperte e in parte bonificate hanno infatti contaminato la terra che occupavano per chissà quanti anni.

Oggi chiamano “Terra dei Fuochi” quell’area campana dove sono stati riversati i rifiuti tossici che Mancini già aveva individuato negli anni ’90 e che provoca più morti, tutti per cancro, di una guerra civile; “Triangolo della morte” quello che comprende i comuni di Acerra, Nola e Marigliano.

La storia del poliziotto anticamorra Roberto Mancini, l’aveva già raccontata Luca Ferrari per “Le inchieste” di Repubblica online a settembre del 2013. Roberto Mancini era già gravemente malato allora e il titolo dell’articolo sembrava preannunciarne la morte: “Le mie indagini sconfitte da Gomorra”.

Roberto Mancini si ammalò perché, come consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti della Camera, fece numerosi sopralluoghi nelle discariche abusive e venne a contatto per anni con i rifiuti radioattivi. Questo fu anche il motivo, più che legittimo, di richiedere alla Camera un risarcimento. 

Ferrari nella sua inchiesta riportò virgolettate una parte delle motivazioni con le quali la Camera dei deputati rigettò la richiesta di indennizzo di Mancini: “Dal punto di vista amministrativo, il sig Mancini, al fine di poter collaborare per la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti è stato inquadrato dal 16 aprile 1998 al 28 maggio 2011 nell’Ispettorato della Polizia presso la Camera dei deputati senza che sia stato stabilito alcun rapporto a titolo oneroso con la Commissione…” ergo non c’era stato alcun rapporto di lavoro e Mancini non doveva avere nulla.

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