Non un’immagine giusta. Giusto un’immagine. E’ sotto l’egida di questo aforisma di un grande inventore di immagini che una brillante rivista di cinema dal titolo molto cinefilo, Fata Morgana, per festeggiare il suo ventesimo numero ha chiesto a ventidue cineasti di accostare un’immagine a una riflessione su un tema semplice e tremendamente complicato: che cos’è il cinema? Vecchia domanda che assilla da sempre tutti gli amanti della settima arte e che in anni appassionati e lontani trovò la sua cristallizzazione in libri, dispute ideologiche, definizioni e sdefinizioni. In apparenza un piccolo gioco. Oppure no, perché solo il gioco è capace di toccare la verità. Forse. Eppure queste parole e queste immagini bastano da sole a bilanciare quella nostalgia che ci prende quando pensiamo al cinema come a un rito perduto, qualcosa che si sta dissolvendo nel diluvio di immagini e di esperienze che accompagna la nostra quotidianità. Sono piccole scosse del pensiero, inattuali ma sempre verdi perché legate al nostro andare al cinema, guardare film, amarli, detestarli, al nostro essere appartenenti alla specie dell’homo cinematographicus.

Ognuna delle ventidue immagini porterebbe verso lidi di piacere infiniti: ne prendo qualcuna, quelle che mi colpiscono come dardi, insieme con i pensieri che sono loro associati.

Werner Herzog – movimento, ombra, musica: la quintessenza del cinema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Ermanno Olmi – il cinema è trovare qualcosa che corrisponda al proprio sguardo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Mario Martone – mi viene in mente la sequenza che apre La luna di Bertolucci: la madre porta in bicicletta il figlio piccolissimo, dietro il volto di lei appare la luna. Dietro ogni cosa che vediamo ce n’è un’altra nascosta alla nostra consapevolezza, il cinema a volte ha il potere di farle apparire insieme.

 

 

 

 

 

 

 

 Amos Gitai –  i film più importanti sono quelli ancora da fare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Atom Egoyan – il cinema inizia con un volto che guarda uno schermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 Marco Bellocchio – non è l’immagine, ma un’immagine, profonda, che continua ad emozionarmi: cercare nell’acqua, un’acqua non perfettamente limpida di un fiume che infinitamente scorre, mi dice che le immagini sono scoperte, le immagini sono invenzioni. E la penombra è la luce ideale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In fondo ciò che accomuna queste idee è l’inquietudine che le attraversa e le rende vive. Il cinema è questa inquietudine unita al desiderio che lo percorre. Buon cinema a tutti.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

La Grande Bellezza al bar: è questa la forza di un film quando emoziona

next
Articolo Successivo

La Boheme di Franco Zeffirelli dal Metropolitan di New York ai cinema

next