Sono “inviti a dedurre” della Corte dei conti. Fatte le dovute precisazioni in punta di diritto, sono l’equivalente di un invito a comparire in un’inchiesta penale. Scatta così l’offensiva della magistratura contabile sui presunti sprechi nell’utilizzo dei fondi pubblici del consiglio regionale della Campania. Sessanta “inviti”, in pratica l’intero consiglio regionale degli anni 2011 e 2012. Tra i destinatari del provvedimento notificato dal Nucleo tributario della guardia di finanza, agli ordini del colonnello Nicola Alterio, ci sono anche il governatore Pdl Stefano Caldoro, il sottosegretario Pd alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro (oggi deputato, all’epoca consigliere e capogruppo democrat), il coordinatore napoletano di Forza Italia Domenico De Siano. Nel mirino c’è il fondo di cinque milioni mensili delle vecchie lire a consigliere, oggi circa 2582 euro, che disciplina “portaborse, beni e servizi”, istituito con una legge regionale del 2000.

Chiamati a rendere informazioni alla magistratura contabile, i consiglieri campani si sono rifiutati in blocco di rendicontare l’utilizzo di questo fondo e dei relativi rimborsi pro capite. Ora gli inviti a dedurre concedono loro 30 giorni di tempo per farlo. Si tratta di un fondo che non è finito all’attenzione dell’inchiesta parallela del pm Giancarlo Novelli. Inchiesta che si è concentrata sull’utilizzo dei finanziamenti per la comunicazione e per il funzionamento dei gruppi politici e che poche settimane fa è deflagrata nell’arresto dell’ex capogruppo del Nuovo Psi e braccio destro di Caldoro, Gennaro Salvatore. A breve il pm dovrebbe perfezionare una cinquantina di richieste di rinvio a giudizio e sette richieste di archiviazione.

Le indagini della Finanza per la Corte dei conti, coordinate dal sostituto procuratore Ferruccio Capalbo, ipotizzano un danno erariale di circa 3 milioni e mezzo di euro. Circa 60mila euro a consigliere in due anni, giustificati da una generica “autocertificazione” con la quale i politici dichiaravano all’ufficio ragioneria di aver sostenuto tali spese e che le stesse erano conformi a quelle previste dal dettato normativo, nonché che le somme non erano state erogate a parenti e congiunti. Un’autocertificazione che non ha soddisfatto gli inquirenti. In pratica, quasi nessuno ha ritenuto di fornire giustificazioni e documentazione riguardo all’autocertificazione, sostenendo che la normativa in vigore non li obbliga alla rendicontazione. Con l’eccezione del consigliere Carlo Aveta (Destra), che ha presentato una mole di carte ritenuta soddisfacente: infatti non è tra i destinatari degli avvisi.

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