Si sono portati via persino alcuni banchi i genitori degli studenti delle Aldini Valeriani, che stamani hanno tentato di interrompere l’occupazione in corso all’interno dell’istituto. “I nostri figli – hanno detto arrabbiati ai ragazzi che stavano bloccando le porte d’ingresso per impedire l’inizio delle lezioni, sospese una settimana fa– hanno diritto di studiare”. Ma ad attendere la quindicina di mamme e papà contrari alla protesta dei ragazzi dell’istituto tecnico, 40.000 metri quadrati per circa 1.200 iscritti ai corsi diurni, c’era un fronte compatto. Perché a spalleggiare gli occupanti, circa 500 alunni delle superiori, c’erano anche diversi insegnanti, convinti che l’interruzione dei corsi “si basi su motivazioni estremamente valide”. “La poca pulizia di aule, bagni e palestre – elenca Rita Comelli, che ai giovani tecnici insegna Lettere – e la mancanza di manutenzione che mette a rischio la sicurezza degli studenti qui alle Aldini sono un problema”. Uno dei tanti che i ragazzi elencano, e per i quali ritengono sia “giusto” manifestare.

“Stamattina – racconta Emily, studentessa delle Sirani, uno dei 6 istituti che compongono le Aldini assieme all’istituto Tecnico, al Professionale, al Serale, al Commerciale e al Professionale Servizi Sociali e Pubblicità – sono venuti a scuola una quindicina di genitori molto arrabbiati, che sono entrati nell’edificio e ci hanno detto che l’occupazione doveva finire. Hanno anche portato via alcuni banchi che volevamo utilizzare per bloccare le porte d’ingresso, nonostante cercassimo di spiegare loro le nostre motivazioni. Ma noi non stiamo protestando così, solo per saltare delle verifiche, alle Aldini ci sono dei problemi e noi, con la nostra occupazione, vorremmo cercare di cambiare le cose”.

L’occupazione della scuola era iniziata lunedì 25 novembre con tre giornate di autogestione, “una prova – raccontano i ragazzi – che vista l’alta partecipazione studentesca si è trasformata in un’occupazione”. Ma non tutti concordano sulle “modalità” scelte dagli alunni per segnalare i problemi, in primis il preside, che aveva acconsentito ai tre giorni di autogestione, ma non all’occupazione. Se una parte di genitori, infatti, “comprende le ragioni alle spalle della manifestazione – spiega Emily – c’è anche chi non è d’accordo, e pretende che i propri figli abbiano la possibilità di proseguire le lezioni”.

A far arrabbiare alcuni genitori sarebbero state le “modalità di gestione dell’occupazione” che, si legge in una lettera scritta da alcune famiglie, “andavano ponderate e democraticamente discusse in assemblea”, per essere solo successivamente “affrontate nelle opportune sedi e modi, cosa che non è avvenuto. L’occupazione –aggiungono i genitori – deve essere l’estrema ratio”. La diatriba è sfociata in un “dibattito pacifico” che si è svolto in palestra, ma alla fine dell’assemblea l’occupazione è stata confermata. “Le ragioni sono fondamentalmente riassumibili in cinque punti – elencano gli studenti delle Aldini – la poca pulizia di aule, bagni e palestre, la mancanza di manutenzione che a sua volta provoca un problema di sicurezza per gli studenti, un uso improprio del fondo studentesco, le attrezzature a disposizione dell’istituto che non sono a norma e sono antiquate, e la diminuzione di valore dei nostri diplomi”.

Se l’istituto è del Comune di Bologna, “le difficoltà economiche in cui versa la città hanno fatto sì che la ditta che si occupava delle pulizie non venisse pagata – racconta la Comelli – col risultato che a un problema di igiene segnalato dal preside il Comune rispondesse inviando una decina di bidelli. Che però non possono gestire da soli una scuola di 40.000 metri quadrati. L’edificio avrebbe inoltre bisogno di manutenzione continua”, e “di strumentazioni a norma”. “Invece – criticano gli studenti, che durante l’occupazione si occupano anche di pulire la scuola – si è deciso di dare ai professori un incentivo fino a 150 euro affinché potessero, chi lo desidera, comprarsi un tablet”. Una decisione che ha lasciato perplessi gli studenti, ma anche alcuni membri del corpo docenti, “consapevoli – continuano gli studenti – che molte famiglie fanno fatica ad arrivare a fine mese, e che i fondi sarebbero utili per sovvenzionare altre attività”. Oltre ai libri, “che in media costano circa 350 euro l’anno – fa i conti Felicia, indirizzo socio sanitario – all’abbonamento ai mezzi pubblici sempre più caro”, si va dai 34 agli 80 euro al mese a seconda della zona di residenza, urbana o extraurbana, “e alla rata scolastica da 120 euro, un contributo che dovrebbe essere volontario ma che invece viene versato”, “siamo costretti persino a pagarci i progetti”. Laboratori che gli studenti frequentano, e che hanno un costo. “Io per esempio, che seguo l’indirizzo socio sanitario, partecipo a un progetto che sarebbe dovuto costare 80 euro a classe, all’ora”. Soldi che sono le famiglie a dover pagare. “La nostra professoressa ha chiesto uno sconto, così ora spendiamo 20 euro a classe per ogni ora, ma è giusto che si chiedano ancora soldi ai nostri genitori quando poi il denaro viene speso per i tablet?”.

Una delegazione di genitori ha accettato di chiedere un incontro al Comune di Bologna, per cercare di trovare una soluzione ad almeno alcune delle problematiche evidenziate da studenti e professori. “Ma noi continueremo a occupare – confermano i ragazzi – i soldi ci sarebbero, e pretendiamo che vengano spesi al meglio”.

 

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