“Senza denari non si cantano Messe”. La nonna piemontese del piccolo Jorge Mario non deve aver mai insegnato al futuro Papa Francesco questo antico detto popolare. Il binomio Chiesa e denaro all’attuale Pontefice argentino proprio non va giù. Lo ha ribadito nuovamente, stamane, nell’omelia della Messa mattutina celebrata a Santa Marta. ”San Pietro – ha affermato il Papa – non aveva un conto in banca, e quando ha dovuto pagare le tasse il Signore lo ha mandato al mare a pescare un pesce e trovare la moneta dentro al pesce per pagare”.

Per Bergoglio la povertà che deve caratterizzare la Chiesa “ci salva dal diventare organizzatori, imprenditori”. E in un altro passaggio dell’omelia ha sottolineato che “si devono portare avanti le opere della Chiesa, e alcune sono un po’ complesse; ma con cuore di povertà, non con cuore di investimento o di un imprenditore”. “Quando vogliamo fare una Chiesa ricca – ha ammonito ancora Francesco – la Chiesa invecchia, non ha vita”.

Per Bergoglio le due direttrici sulle quali deve agire la Chiesa sono la “povertà” e la “gratuità”. “Filippo, quando ha trovato il ministro dell’economia della regina Candace, – ha spiegato il Papa ai fedeli presenti – non ha pensato: ‘Ah, bene, facciamo un’organizzazione per sostenere il Vangelo?’ No! Non ha fatto un ‘negozio’ con lui: ha annunziato, ha battezzato e se n’è andato”.

Allo scoccare dei novanta giorni dall’apertura del conclave che lo ha eletto al soglio di Pietro, Bergoglio sta intensificando i suoi appelli contro l’opulenza della Chiesa, e in particolar modo contro la dittatura del denaro. Lo ha ribadito con forza anche mercoledì scorso, nell’udienza generale in piazza San Pietro: “Quello che comanda oggi non è l’uomo, è il denaro, il denaro, i soldi comandano”. “Uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la ‘cultura dello scarto’. Se si rompe un computer – aveva spiegato ancora il Papa – è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità”.

A una bambina che, venerdì scorso, gli chiedeva perché non avesse voluto abitare nel Palazzo apostolico vaticano, Francesco aveva spiegato che il motivo non era dettato da una scelta di rinunciare alla ricchezza, ma “un problema di personalità”. “Io – aveva spiegato il Papa – ho necessità di vivere fra la gente, e se io vivessi solo, forse un po’ isolato, non mi farebbe bene”. “Anche l’appartamento del Palazzo pontificio – aveva proseguito Bergoglio – non è tanto lussuoso. Ma non posso vivere da solo. E poi, credo, che sì: i tempi ci parlano di tanta povertà nel mondo, e questo è uno scandalo. La povertà del mondo è uno scandalo. In un mondo dove ci sono tante, tante ricchezze, tante risorse per dare da mangiare a tutti, non si può capire come ci siano tanti bambini affamati, ci siano tanti bambini senza educazione, tanti poveri! La povertà, oggi, è un grido. Tutti noi – aveva concluso il Papa – dobbiamo pensare se possiamo diventare un po’ più poveri: anche questo, tutti lo dobbiamo fare”.

Che gli appelli alla povertà della Chiesa di Francesco siano davvero il preludio a una riforma dello Ior, la banca vaticana? A un’azione concreta verso la trasparenza finanziaria della Santa Sede? È presto per dirlo, certo è che essi stanno entrando con forza nelle mente dell’opinione pubblica che, ora più che mai, attende quella svolta che Bergoglio ha condensato in un semplice e allo stesso tempo arduo programma di governo: “Una Chiesa povera e per i poveri”.

@FrancescoGrana

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