Gli organi di (dis-)informazione parlano tanto della sindrome di Nimby (not in my backyard), che impedirebbe di realizzare opere sedicenti utili per la collettività

Ma non si parla invece del fenomeno contrario, quello del Pimby (please in my backyard), perché questo fa invece tanto comodo al nostro suicida sviluppo (ma esiste uno sviluppo che non sia suicida?). Di questo parlerò nel mio prossimo post. Adesso parliamo di Nimby.

Ci si scaglia tanto contro il Nimby, sottolineandone criticamente solo l’aspetto egoistico (si viene tacciati di Nimby: esserlo costituisce bolla d’infamia), dimenticandosi l’aspetto invece assolutamente positivo che per condurre una battaglia ti devi informare e una popolazione informata è invece una gran bella cosa. E, visto che l’attuale modello di sviluppo ci ruba il futuro senza neppure informare adeguatamente la popolazione che lo deve subire, io sono assolutamente favorevole al Nimby. Sogno Nimby dappertutto, comitati piccoli o grandi che si mettono di traverso in ogni dove, dovunque si voglia realizzare una nuova opera, nella presunzione/certezza, che le nuove opere siano devastanti in vario modo.

Questo a tacere del fatto che è sempre più tutt’altro che vero che chi non vuole l’opera nel suo giardino sia indifferente a che la realizzino nel giardino del vicino. Spesso, ad esempio, il movimento No Tav è stato descritto dai detrattori come un fenomeno Nimby. Niente di più falso. Il movimento è contrario all’opera e lo sarebbe comunque anche se invece che sotto il massiccio dell’Ambin la si volesse realizzare sotto quello del Mercantour.

E poi vi è da considerare l’altro fattore importante e spesso e volentieri trascurato, cui ho accennato prima. Chi è contrario a un’opera oramai non agisce più sulla scorta di una spinta emozionale. Per carità, c’è anche quella, vivaddio, si è fatti di carne, ossa e sentimenti. Ma, di più, si informa e studia e prepara dossier e documenti. Che possono spesso essere utili dovunque l’opera la si voglia realizzare. Perché anche questo non si dice: quando un’opera la si vuole realizzare, il proponente ha tutto l’interesse a non mettere in evidenza i suoi aspetti deleteri. Ditemi se avete mai visto uno studio di VIA prendere ad esempio seriamente in considerazione l’ipotesi zero. Ovvio che no. L’opera la vogliono realizzare comunque, chi glielo fa fare di darsi la mazza sui piedi? Ma sulla VIA spenderò più parole in futuro. Il popolo si informa, dunque, vivaddio. E quindi, smettiamola, come fanno i politici (ricordate l’Osservatorio sul fenomeno?) ed i mass-media di dare addosso al Nimby e valutiamone invece seriamente l’utilità.

Senza il Nimby non ci sarebbero state le proteste contro le discariche di rifiuti in Campania, non ci sarebbe stata la protesta contro il sito di smaltimenti di scorie di Scanzano Jonico, non ci sarebbe attualmente la protesta contro il MUOS (- stro) di Niscemi, o contro le nuove trivelle sul continente o in mare aperto, e sono solo alcuni esempi dei tanti.

Come dice Guglielmo Ragozzino: “Ora va detto che proprio soltanto l’effetto Nimby può salvarci dai disastri. Solo chi conosce bene il suo territorio e riesce a organizzarsi, e partecipa, e lotta, può battere la speculazione, piccola e grande, del capitale e salvare il territorio, l’ambiente, il paesaggio, perfino: in sostanza la qualità della vita e la vita stessa di molte persone.”

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