Esisteva un’unica qualità che apprezzavo nel professor Mario Monti: l’austerità del portamento, la distanza che metteva tra sé e la propaganda. Il potere appariva in un modo finalmente degno, magari estraneo alle passioni e alle convinzioni nostre però immune dai fenomeni degenerativi della casta. Era già un segno.

Assistere alla capitolazione della sua identità, vederlo perfino con la cagnolina tra le braccia (si chiama Empatia, Empy per gli amici è riuscito finanche a dire a Daria Bignardi), è stata una prova sconfortante di come il potere abbia un corso inarrestabile e ci trascini nei flutti della nostra smisurata ambizione, ci trasformi da professori in inconsapevoli clown, ci renda ridicoli esattamente come quei cagnolini al guinzaglio, col cappottino rasato e il collare colmo di campanelline.    

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