Ancora qualche problema per Facebook legato alla privacy degli utenti. Mentre non si è ancora chiusa del tutto la battaglia legata alla condivisione delle fotografie postate su Instragram, iniziano già ad affacciarsi le prime lamentele sul nuovo sistema di ricerca Graph Search. Il tam-tam mediatico legato alla possibile vendita delle fotografie di Instagram ha alzato un gran polverone nel mese di dicembre: community in subbuglio, fuga di utenti dal social network di condivisione di immagini e fotografie, articoli in apertura di giornali e siti specializzati; tutto questo nel giro di poche ore. I nuovi termini di utilizzo di Instagram avrebbero dovuto entrare in funzione lo scorso 16 gennaio, ma l’onda d’urto negativa generata dal solo annuncio aveva fatto cambiare immediatamente idea ai vertici di Facebook. A meno di 24 ore la smentita: “Cambieremo i termini di servizio, rimuovendo quelle parole che hanno fatto pensare che le foto degli utenti potessero diventare pubblicità” 

“La nostra politica sulla privacy aggiornata – scrivevano – aiuta Instagram a funzionare più facilmente all’interno di Facebook, essendo così in grado di condividere informazioni tra le due realtà. Questo significa che ci permette di fare alcune cose, come combattere lo spam in modo più efficace, rilevare problemi di affidabilità del sistema in modo più rapido e creare funzionalità migliori per gli utenti riuscendo a capire come Instagram viene utilizzato”. Allarme rientrato quindi? Non proprio. Aldilà delle riflessioni che si possono fare su quanto abbia senso parlare di privacy su piattaforme social e più in generale su Internet, a puntare il dito contro le nuove-vecchie regole per la privacy entrate in vigore il 19 gennaio (con tre giorni di ritardo sulla tabella di marcia) è la stessa EFF (Electronic Frontier Foundation). Seppur sui punti “spinosi” si sia ritornati alla privacy applicata dal 2010, per la EFF le cose non sono ancora del tutto trasparenti: rimane evidente che il gruppo stia valutando l’ipotesi di spot personalizzati da inserire nell’applicazione, ma a tutti gli effetti viene richiesta agli utenti una sorta di licenza d’uso gratuita per poter permettere all’applicazione stessa di funzionare. Per essere sicuri della propria privacy su Instagram bisognerebbe quindi settare i profili sotto la voce “privato”, perdendo così tutto lo spirito social che lo contraddistingue.

Proprio questo aspetto, è lo stesso che sta facendo discutere gli utenti sulla nuova funzionalità presentata da Mark Zuckerberg negli scorsi giorni. Graph Search sarà in qualche modo “il Google in Facebook”: all’interno del social network sarà possibile ricercare foto, amici, tag, caratteristiche in comune con gli altri utenti. Ma la privacy degli iscritti? Sarà in qualche modo tutta nelle loro mani. Il sistema, ha assicurato il fondatore di Facebook durante la presentazione ufficiale, utilizzerà solo le informazioni “pubbliche” e non potrà avere accesso ai post e alle fotografie pubblicate con restrizioni nella visualizzazione. “Solo io” o “Amici” saranno le uniche “armi” a disposizione degli utenti per evitare di finire nella nuova ricerca di Facebook. Per questo motivo, c’è già chi punta il dito contro la nuova funzione, richiedendo una maggiore trasparenza sul modo con cui Graph funzionerà, e andando in qualche modo a toccare gli stessi punti deboli dell’aggiornamento dei termini di utilizzo di Instagram che hanno fatto tanto discutere nelle scorse settimane.

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