E’ da ipocriti pensare che il cambiamento di una società arrivi in un giorno. Ricordiamoci dei paesi che si liberarono dal totalitarismo, rammentiamo quanto tempo è servito a queste nazioni per uscire da transizioni turbolente. Lo stesso accade oggi negli stati arabi, dopo che  i regimi sono stati abbattuti. Dittatori che vengono rimpianti da alcuni, qui in Europa, perché garantivano la certezza di quello che c’era sull’altra sponda: interlocutori uguali da decenni che, non lo scordiamo, hanno massacrato i loro popoli.

Elezioni libere, per la prima volta, si sono svolte in Egitto, Tunisia e Libia. Partiti religiosi, schiacciati dai regimi “laici” di ieri, hanno vinto, così da rafforzare l’idea, di parte dell’opinione pubblica occidentale, che questa non sia una primavera ma un “inverno arabo”. Non è così. E’ normale che i partiti islamici (fino a ieri i più perseguitati dai regimi e adoperati come spauracchio dall’occidente) abbiano vinto le elezioni, perché considerati il naturale antidoto alle dittature. Dalle masse arabe, oggi protagoniste di un lungo cambiamento, i partiti religiosi vengono visti come la migliore arma di difesa, la scelta giusta, contro lo sguardo di un occidente troppo preso a giudicarli e non a dialogare con loro, rafforzando lo scontro di civiltà.

Saranno proprio i Fratelli Musulmani, Nahda e tutti gli altri a instaurare, in nome di una ritrovata democrazia, un dialogo critico all’interno delle correnti più radicali. Gli oppressi di ieri, che oggi hanno affrontato elezioni libere, sono chiamati a auto criticarsi e affrontare un dialogo politico. In Egitto ci sono state manifestazioni pro e contro i Fratelli Musulmani, non è forse questo il seme della democrazia?

Questo dialogo di cui parlo si è visto dopo l’attentato di Benghasi: libici, uomini e donne, hanno manifestato in solidarietà degli Stati Uniti, condannando il film blasfemo e i terroristi, denunciando che l’islam non è una religione assassina (come qualcuno ha affermato). Ancora c’è molto da fare, soprattutto contro il salafismo che oggi trova un fronte islamico moderato e una società che deplora l’estremismo. Certamente serve un cambiamento della società, che passa dalla rimozione di alcuni tabù e dalla libertà di espressione, riscoprendo le radici di un passato tollerante. Ancora oggi, scrittori, giornalisti e registi del mondo arabo combattono contro una censura che, prima, era della dittatura, mentre oggi, dopo che si è guadagnata la libertà, non dovrebbe più esistere. Serve tempo alla società civile araba per cambiare, siamo pronti ad aspettare?

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