La telefonata sul cellulare di reperibilità del centro antiviolenza arriva alle undici di sera: la polizia chiede ospitalità per una donna che subisce violenza dal marito. Anna ha 42 anni e due figli poco più che adolescenti, Paolo e Daniela, e dopo l’ennesima aggressione è andata dalla polizia. Prima non l’aveva mai fatto, ma da alcuni mesi il marito ha cominciato ad essere violento con i figli, si accanisce soprattutto nei confronti di Paolo perché cerca di difenderla. Per qualche notte dormirà in albergo poi sarà ospitata insieme ai figli in una struttura in attesa che la denuncia faccia il suo corso.

L’ispettore mi chiama il giorno dopo e mi spiega che gli elementi per ottenere l’ordine di allontanamento non mancano. “La signora ha detto di essere stata ricoverata in ospedale per le percosse solo due o tre volte ma risulta che i ricoveri negli ultimi cinque anni sono stati almeno una ventina”. Lo dice con la voce che gli trema dall’indignazione tradendo quel modo di porsi sempre un po’ impersonale e distaccato che hanno gli uomini o le donne in divisa. Non sono sorpresa dalle parole dell’ispettore. Le donne che vivono situazioni di maltrattamento, minimizzano la violenza, la nascondono, la rimuovono.

Quando è inferno da anni, la lotta è anche per la sopravvivenza psicologica; la soglia di sopportazione della violenza si alza fino a che non diventa un muro che si chiude sulla vita, un recinto che isola e allontana dal mondo, dagli affetti, dalle amicizie, dalla vita sociale, dalla percezione di sé e del corpo. Ma il dolore non si attenua e continua a scavare nel profondo anche se si smette di ascoltarlo, mentre si attenua tutto il resto. E’ la vita che si attenua, sbiadisce e scivola via. Quando le donne cominciano il doloroso percorso dello svelamento della violenza, rivelano a poco a poco quello che hanno vissuto, con i ricordi che “riaffiorano dall’acqua come valigie gonfie di marcio che non si vorrebbero aprire”: così mi disse una donna anni fa.

Incontro Anna due giorni dopo. Le pesano sensi di colpa per non aver mai fatto nulla prima. “Ho paura ma è ora di spalancare quel cancello che mi porto dentro da vent’anni. Mi ha picchiata per la prima volta in viaggio di nozze; durante gli anni del fidanzamento non lo aveva mai fatto. E’ stato come se con il matrimonio avesse acquisito un diritto su di me a fare quel che voleva e i motivi per far partire i pugni e i calci erano incomprensibili”. Le rispondo che non esiste alcun motivo per la violenza. Fare violenza non è una difesa: c’è chi non la contiene ma c’è anche chi ne ha bisogno come fosse una droga e ne fa uso.

Anna ricorda soprattutto la violenza psicologica, quella fatta dalle aggressioni verbali, dalle denigrazioni, da insulti che mi dice, “non posso riferirti, non ci riesco”. E’ un fiume in piena in quell’ora che abbiamo a disposizione una volta alla settimana. Parla dei suoi inutili tentativi di aiutare il marito per quella violenza che lei sa radicata in un’infanzia dura e difficile fatta di abbandoni e solitudine. Racconta di quella volta che è svenuta per le botte e al pronto soccorso è arrivata in ambulanza. Ci salutiamo ma il giorno seguente mi chiama. Il provvedimento di allontanamento nei confronti del marito è arrivato. I tempi sono insolitamente brevi: cinque giorni. Il marito non può avvicinarsi a casa, a lei e al suo luogo di lavoro e nemmeno ai figli. Le rammento del rischio che correrebbe se accettasse l’ultimo incontro, per l’ultimo chiarimento un’ultima volta. L’intervento fatto dalle forze dell’ordine, dalla procura e dal centro antiviolenza è stato efficace, ognuno ha fatto la sua parte ma manca un pezzo altrettanto importante: ed è il lavoro da fare con il marito di Anna, se dovesse accettare di cambiare, se dovesse scegliere di spalancare i suoi cancelli, ma è una scelta che solo lui può fare.

di Nadia Somma

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