“Nei Paesi che hanno maggiormente cercato l’austerity e la deregolamentazione, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, la situazione relativa alla crescita economica e all’occupazione ha continuato a peggiorare. Le ragioni principali del fallimento consistono nell’incapacità di queste politiche di stimolare gli investimenti privati”. E’ questa la dura sentenza emessa dagli analisti dell’Ilo, l’International Labour Organization dell’Onu, nel rapporto presentato oggi.

Nel corso del 2012 il numero dei disoccupati nel mondo aumenterà ancora raggiungendo la cifra di 202 milioni di persone contro i 196 attuali. L’anno successivo, il tasso di disoccupazione a livello mondiale segnerà quindi il 6,2% a causa soprattutto del peggioramento delle condizioni di accesso al mercato da parte dei lavoratori più giovani. In Italia nell’ultimo trimestre 2011 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 9,7%, il livello più alto dal 2001. Il tasso reale, tuttavia, potrebbe essere più alto considerando anche i 250mila lavoratori in cassa integrazione.

I dati, insomma, sono impietosi. Un po’ ovunque. Dal 2008 ad oggi, in pratica, la crisi ha bruciato da sola circa 50 milioni di posti di lavoro che mancano ancora all’appello. Nei prossimi due anni, almeno 80 milioni di giovani si affacceranno per la prima volta sul mercato dal lavoro ma, alle attuali condizioni di crescita, è assai improbabile che possano essere facilmente collocati. La situazione, precisa il report, è particolarmente preoccupante in Europa “dove dal 2010 la disoccupazione è aumentata in due terzi dei Paesi”.

Ma i problemi si registrano anche in Giappone e negli Stati Uniti, dove si assiste a una ripresa molto lenta, così come in Africa e nei Paesi arabi. Ma il vero problema non è solo nelle cifre. L’impressione, segnala l’Ilo, è che la situazione stia assumendo un carattere strutturale: “alcuni gruppi, specialmente i disoccupati di lungo periodo, sono a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Il che significa che potrebbero non essere in grado di ritrovare un nuovo impiego nemmeno nel caso di una forte ripresa economica”.

A far riflettere, inoltre, c’è il tema della qualità del lavoro. Mentre nei Paesi emergenti e in quelli in via di sviluppo il peso degli impieghi informali continua ad essere piuttosto evidente, nelle economie avanzate continua ad aumentare il lavoro temporaneo e precario che interessa soprattutto i giovani e le donne. E qui si torna al fallimento delle politiche anti crisi visto che in Europa la situazione sembra riguardare soprattutto le cosiddette periferie. “In Grecia, Italia e Spagna – si legge – il part time non volontario (la sottooccupazione, ndr) è relativamente alto, attorno al 50%. In Grecia, Spagna e Portogallo, il tasso di lavoro temporaneo ha raggiunto l’80%”. In sostanza, in alcune nazioni europee, tra cui l’Italia, “il livello di occupazione non è migliorato mentre il lavoro precario è in realtà aumentato”. Alla faccia del vecchio adagio “più flessibilità uguale più occupazione”.

Dal 2008 al 2012, 40 Paesi (su 131 presi in esame) hanno modificato la propria legislazione sul lavoro. Nel 60% dei casi queste riforme hanno ridotto la protezione dell’impiego per i lavoratori a tempo indeterminato. Nelle economie più forti, la percentuale sale al 76%. Come a dire che tre nuovi provvedimenti su quattro hanno implicato un aumento della precarietà. In almeno 26 Paesi, ma i dati sono disponibili solo per 40 nazioni, la percentuale dei lavoratori coperti da un contratto collettivo è diminuita dal 2000 al 2009 e il processo “ha subito un’accelerazione con l’avvio della crisi globale”. La via d’uscita dalla crisi, spiega infine l’organismo Onu, passa dunque attraverso tre strategie: il “rafforzamento delle istituzioni del mercato” (ovvero l’aumento dei salari minimi), il miglioramento delle condizioni del credito, la combinazione investimenti pubblici/protezione sociale. Esattamente l’opposto rispetto ai processi tuttora in atto.

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