Un dimostrante espone un cartello con queste parole: "Assad, un gatto con Israele, un leone contro la sua gente"

E’ stato un venerdì nero per il regime di Bashar al-Assad. Non solo per le proteste e i cortei che al termine della preghiera musulmana si sono svolti in tutto il paese. Le notizie peggiori per il presidente siriano, arrivano dall’estero. A Ginevra, infatti, la sessione del Consiglio per diritti umani dell’Onu ha approvato una risoluzione proposta dalla Danimarca in cui si condannano le violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità siriane. Violazioni che, dal marzo 2011, sono in “rapido aumento”. Su 47 paesi del Consiglio, 41 hanno votato a favore, uno era assente, due si sono astenuti e tre hanno detto no: Cina, Russia e Cuba. Il Consiglio ha anche esteso il mandato degli osservatori per continuare a tenere sotto controllo la situazione nel paese. Il team di osservatori, guidato dal diplomatico brasiliano Paulo Pinheiro, aveva pubblicato il mese scorso un rapporto in cui si accusavano le forze di sicurezza siriane di aver ucciso deliberatamente civili disarmati, obbedendo ad ordini e direttive «provenienti dal massimo livello».

La seconda brutta notizia per Assad arriva invece da Bruxelles, dove i ministri degli esteri dei 27 paesi dell’Ue hanno deciso di stringere ulteriormente le sanzioni contro il regime. Secondo le indiscrezioni filtrate sulle agenzie internazionali, tra gli esponenti di spicco della cerchia vicina dal presidente siriano colpiti da questo nuovo round di sanzioni, ci sono la madre, la sorella e la cognata del presidente oltre a sua moglie Asma. I loro nomi, con altri otto che saranno resi noti domani quando il provvedimento sarà pubblicato sul bollettino ufficiale dell’Ue, si aggiungono a quelli di altri 150 esponenti del regime già colpiti dal divieto di entrata nel territorio dell’Unione e dal congelamento dei beni. E’ il tredicesimo “giro” di sanzioni contro Damasco ma questa volta, secondo il ministro degli esteri olandese Uri Rosenthal, «si sta colpendo al cuore il clan Assad, con un messaggio chiaro e semplice: deve mollare». Mentre l’Ue aumenta la pressione, l’inviato speciale dell’Onu Kofi Annan continua il suo lavoro di tessitura diplomatica. I negoziati «sono a un punto molto delicato – ha detto il suo portavoce Ahmad Fawzi – Ogni minuto conta, perché la crisi è molto grave e bisogna fare progressi molto presto». Per cercare di far materializzare questi progressi, il Cremlino ha reso noto che Annan domenica sarà a Mosca per incontrare il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov e discutere del piano per fermare le violenze in Siria e avviare una transizione politica.

Nel paese, intanto, è stato l’ennesimo venerdì di protesta, con cortei in tutte le principali città, da Homs a Deraa, dai sobborghi di Damasco fino ad Aleppo e Idlib, nel nord, vicino al confine turco. E’ quella la zona più calda, probabilmente, anche perché Ankara sta alzando il tono. Il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, che era a Bruxelles per incontrare i suoi colleghi dell’Ue, ha detto che «un corridoio umanitario potrebbe non essere sufficiente per proteggere tutti i siriani». L’accesso, secondo Davutoglu, deve essere garantito in tutto il paese. La Turchia, ha ricordato il capo della diplomazia di Ankara, «si aspetta che la comunità internazionale appoggi i suoi sforzi», tra cui l’essersi assunta il peso di soccorrere decine di migliaia di profughi che dal nord della Siria continuano ad entrare in Turchia. Secondo i dati dell’Unhcr, diffusi oggi da Ginevra, sono almeno 17 mila i siriani rifugiati in Turchia; 16 mila sono scappati in Libano e oltre ottomila in Giordania, dove sono stati solo in parte registrati, mentre mancano cifre esatte sui rifugiati in Iraq. In tutto più di 40 mila persone, che potrebbero diventare presto più del doppio: l’Unhcr sta studiando un piano per dare assistenza a 100 mila profughi nei prossimi sei mesi, per un costo di 84 milioni di dollari. Che la crisi siriana sia diventata ormai pienamente internazionale, lo dimostra anche un articolo pubblicato oggi dal giornale turco Hurriyet, secondo cui il regime di Damasco avrebbe cambiato la sua linea verso i movimenti armati kurdi e in particolare il Pkk – il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il cui leader Abdullah Ocalan è detenuto in isolamento sull’isola turca di Imrali dal 1999. Secondo Hurryiet, che cita un dossier dei servizi di intelligence turchi (e dunque molto “interessato”), il Pkk, che è nella lista delle organizzazioni terroristiche anche dell’Ue, avrebbe ricevuto da Damasco piena libertà di movimento, nonché armi. Una inversione completa della politica di Assad, che non è mai stato tenero con i kurdi – tra le altre cose, il Pkk è stato messo al bando in Siria nel 1999 grazie a un accordo con la Turchia – che secondo l’intelligence di Ankara dovrebbe servire ad “alzare il costo” di un eventuale intervento turco in Siria, con la minaccia di un’escalation di azioni di guerriglia nel sud est dell’Anatolia (il Kurdistan turco).

di Joseph Zarlingo

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