Non era un tipo facile alla commozione, il professor Dulbecco (premio Nobel per la medicina 1975, morto ieri in California all’età di 98 anni). Ma quella volta che mi raccontò la sua prima traversata dell’Atlantico, aveva gli occhi lucidi. Autunno del 1947: lui, medico trentatreenne, scampato alla guerra di Russia, accetta l’invito di un genio italiano emigrato negli States, Salvador Luria, che lo vuole con sé nel laboratorio di genetica a Bloomington, Indiana. E chi ci incontra, su quella nave? Rita Levi Montalcini, compagna di università a Torino. Sembra un film di Tornatore: “Furono giorni bellissimi – ricordava Dulbecco. – Rita ed io, a camminare su e giù per il ponte, guardando l’oceano e discutendo di quello che avremmo fatto in America. Eravamo pieni di speranze”. Due futuri Nobel in fuga dall’Italia del dopoguerra, che ai giovani di talento non offriva altra prospettiva che portare la borsa al solito barone. Non che poi le cose siano cambiate granché, come ha potuto constatare lo stesso Dulbecco, tornando in patria in tarda età per restituire una patina di prestigio ai nostri scalcagnati istituti di ricerca.

In quell’estate del 1987, il progetto Genoma stava muovendo i primi passi, e il professore era stato incaricato di seguirne il ramo italiano: una colossale impresa scientifica, che avrebbe dovuto condurre alla decifrazione completa del codice ereditario. Dulbecco aveva accolto con entusiasmo la mia idea di scriverci un libro insieme. Dopo quarant’anni di America il suo italiano era un po’ zoppicante, e anche se spiegare la genetica molecolare a un asino laureato in legge era impresa titanica, pensò valesse la pena provarci. Passavamo giornate intere assieme, sul terrazzo della sua villa di La Jolla, a picco sulle scogliere del Pacifico. Con infinita pazienza, senza mai abbandonare quel suo tono misurato e gentile, mi parlava di Dna, di nucleotidi e di virus, di basi e di cellule, di ribosomi e di sequenziamento. Insieme, costruivamo scenari alla Huxley, con genetisti-tiranni intenti a fabbricare eserciti di replicanti. E insieme li smontavamo pezzo per pezzo, dimostrandone l’assurdità. Ai piedi del professore, la cagna Tibo sonnecchiava, incurante di quei deliri post-umani.

Dulbecco era un gentiluomo ottocentesco, non gli piaceva l’avidità di certi suoi colleghi. Al premio Nobel, che divise nel 1975 con David Baltimore e Howard Temin “per le sue scoperte in materia di interazione tra virus tumorali e materiale genetico della cellule” (i cosiddetti “oncogeni”, che hanno rivoluzionato la ricerca sul cancro), ci era arrivato senza scorciatoie e senza clamori, in anni di duro, silenzioso lavoro tra Pasadena, Glasgow e il Salk Institute di La Jolla. Ma era abbastanza pragmatista da dare il giusto valore al denaro. L’esperienza negli States gli aveva insegnato che senza sporcarsi le mani con Big Pharma è impossibile far avanzare la conoscenza e trovare nuove molecole per ridurre la sofferenza degli uomini.

Di una delle sue rare sfuriate fu vittima nel 1997, Vincenzo Visco, ministro dell’economia del governo Prodi, reo di nicchiare sulla detraibilità fiscale dei contributi alla ricerca: “In questo modo – si sfogò con me il premio Nobel – il governo esprime quasi una disapprovazione verso la ricerca scientifica. Come se dicesse ai cittadini che questi soldi non vale la pena di spenderli”. Gli obiettai: ma supponiamo che un’impresa multinazionale impianti in Italia un centro di ricerca e poi pretenda di non pagare una lira di tasse. Le sembra giusto? E lui, senza pensarci un momento: “È proprio quello che ci serve. Ma non vede quanti laboratori chiudono i battenti? E questo mentre in tutto il mondo la rivoluzione biotecnologica marcia sui capitali privati, e il fisco fa ponti d’oro”. Ma Dulbecco era anche un ligure scettico e incline all’understatement, uno che invitava a diffidare tanto degli spauracchi degli antiscientisti quanto delle promesse mirabolanti dei mercanti di geni.

Nella primavera del 1995, mentre il Parlamento europeo vota contro la brevettabilità dei prodotti biotecnologici (con gran gioia dei verdi nostrani e delle multinazionali americane) Dulbecco esce con un libro sul futuro della genetica dove immagina una coppia dell’anno 2025 che vuole a ogni costo un figlio su misura. E per ottenerlo va da un ginecologo di grido, tale professor Yessir (Sissignore). Solo che Dulbecco-Yessir, invece delle provette, suggerisce ai due una ricetta più tradizionale: amore, assistenza medica, alimentazione corretta, buone scuole e buone università. E conclude: “Guardate al domani con occhio sereno. Non bisogna preoccuparsi… e neanche aspettare che la scienza provveda a tutto per noi”.

Nel 1999, molti storsero il naso nel vederlo sul palcoscenico del Festival di Sanremo accanto a Fazio e Laetitia Casta. Ma era anche questo, per l’italoamericano Dulbecco, un modo come un altro per servire la causa, in un paese da sempre refrattario alla scienza. In fondo, meglio lui di chi, da quello stesso palco, predica i benefici della decrescita (salvo quella del proprio cachet).

Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2012

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