Il primo ministro britannico Cameron si oppone strenuamente all’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie nel suo Paese. Ma di fronte al famoso piano B della Commissione Ue, vale a dire l’introduzione dell’imposta nei soli Paesi della moneta unica, la Gran Bretagna si troverebbe comunque costretta a pagare all’Europa fino a 22 miliardi di euro bruciando da sola, ma solo temporaneamente, circa 4.500 posti di lavoro concentrati prevalentemente nella capitale inglese. Lo rende noto un rapporto di Ernst&Young, una delle maggiori società di revisione del mondo. Uno studio, quello pubblicato ieri, che dimostra implicitamente l’applicabilità della tassa al di là del consenso di Londra, stimando, contemporaneamente, la misura dei suoi potenziali ricavi. Nelle ipotesi della Commissione, la tassa sulle transazioni finanziare dovrebbe avere un’aliquota dello 0,1 per cento sugli scambi di azioni e obbligazioni e dello 0,01 per cento sulle operazioni in derivati.

Qualora i Paesi membri dell’area euro decidessero di applicare la tassa senza l’ok del Regno Unito, spiega E&Y, “l’impatto dipenderebbe principalmente dal funzionamento dell’imposta”. Se il meccanismo di imponesse ad esempio di tassare tutte le operazioni di titoli denominati in euro (concentrate prevalentemente a Londra), continua il rapporto, allora “la tassa sulle transazioni potrebbe effettivamente essere imposta sul Regno Unito utilizzando una porta di servizio”. Da qui il calcolo definitivo: una tassa che si applicasse anche sulle transazioni valutarie, imporrebbe a Londra il pagamento di 22 miliardi di euro, il 64 per cento dei ricavi complessivi generati dalla tassa in Europa (35 miliardi). Escludendo gli scambi di valute, ovvero nell’ipotesi meno onerosa, il Regno Unito dovrebbe comunque versare 13 miliardi che, in ogni caso, costituirebbero il 58 per cento dei ricavi totali (a quel punto 22 miliardi).

Lo studio, pur non esprimendosi apertamente in tal senso, fa emergere implicitamente un paio di conclusioni. Primo: una Tobin tax (come viene comunemente chiamata, sebbene nel progetto originale di James Tobin si parlasse di tassare i soli scambi valutari) sarebbe applicabile comunque e avrebbe effetti diretti anche sul mercato londinese. Secondo: una sua introduzione alla sola Eurolandia finirebbe per trasformarsi in un’autentica beffa per il Regno Unito dal momento che i ricavi delle imposte sulle operazioni in euro finirebbero per trasferirsi direttamente nelle casse dei governi europei senza lasciare un solo centesimo in quelle del Tesoro britannico.

In Gran Bretagna, inoltre, una tassa applicata sulle sole transazioni in euro, inoltre, produrrebbe una contrazione per queste genere di attività, bruciando, secondo le stime, circa 4.500 posti di lavoro nell’industria finanziaria (che nel Regno Unito impiega 200 mila persone). In futuro, ipotizza comunque E&Y, la perdita iniziale di impieghi dovrebbe essere assorbita dall’intero comparto.

E in caso di ripensamento da parte di Londra? Una tassa applicata all’intera Unione europea – che non si limitasse dunque alle sole transazioni nella moneta unica – genererebbe ricavi per 53 miliardi (37 escludendo le operazioni valutarie), 41 dei quali provenienti dal Regno Unito (28 nel secondo caso). Una quota largamente maggioritaria, che deriva ovviamente dall’enorme peso relativo della piazza britannica. A Londra si scambia il 30 per cento delle azioni quotate in Europa, ma la percentuale sale a 84 per i bond e a 81 per gli scambi valutari. Aggiungendo i derivati, si arriva ad un ammontare di operazioni pari al 77 per cento dell’intero mercato europeo.

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