La Grecia è sull’orlo di un fallimento ben più devastante della Lehman Brothers. Le febbrili e concitate trattative tra il premier Lucas Papademos e i tre partiti che lo sostengono in Parlamento sulle richieste dalla Trojka (Fmi-Bce-Ue) si sono concluse con un nulla di fatto. Il premier non è riuscito a strappare un assenso all’ennesimo piano di austerity ma non ha neppure ricevuto un no secco.

Dopo cinque ore di riunione il leader del piccolo partito nazionalista Laos, George Karatzaferis, ha annunciato che i colloqui proseguiranno oggi e nella notte, in una email inviata dall’ufficio del primo ministro alla Trojka europea, Papademos ha scritto di un “accordo di massima per le nuove misure”. Insieme alla maxi ristrutturazione del debito che ha coinvolto i creditori privati e il cui accordo sembra ormai definitivamente concluso, la partita delle riforme secondo i vertici di Bruxelles è cruciale per la permanenza della Grecia nell’Unione monetaria.

Prima del vertice con i partiti il premier ellenico ha sentito telefonicamente il presidente della Bce Mario Draghi e il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde. In un’intervista pubblicata dal settimanale Der Spiegel il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha dichiarato che se il governo di Atene non metterà presto in atto le riforme promesse, la Grecia potrebbe fare fallimento nel giro di due mesi e non ci si potranno attendere “gesti di solidarietà da parte degli altri”.

I partiti ellenici temono, ovviamente, un’esplosione sociale visto che le misure imposte sinora da Bruxelles hanno prodotto una pesantissima recessione (Pil a -5,5% nel 2011 e una previsione di un -2,8% quest’anno) aggravando anche i conti pubblici mentre il potere d’acquisto dei salari è crollato già del 40% e il tasso di disoccupazione raggiungerà il 17%. La Trojka avrebbe chiesto al governo interventi pari ad un ulteriore 1,5% del Pil: si va da un taglio del 25% di tredicesime e quattordicesime nel settore privato alla riduzione dell’integrazione pensionistica del 35% sino alla chiusura di 100 organismi pubblici con il licenziamento di altri 150000 dipendenti entro il 2015.

Nel mirino, oltre agli insegnanti con contratti a termine, ci sarebbero il bilancio della sanità e quello della difesa: con un esercito di 130mila uomini la Grecia spende 5 miliardi di euro, pari al 3% del Pil. Tra i paesi della Nato solo gli Stati Uniti si collocano ad una percentuale maggiore (4,8% del Pil) mentre la media europea è intorno al 2,5%. Nella sanità, invece, la Trojka insiste perché vengano ridotti i costi dei farmaci mentre chiede che tagli e riforme del mercato del lavoro siano accompagnati dalla privatizzazione delle aziende ancora sotto il controllo dello stato la cui inefficienza, secondo le analisi di Bruxelles, sarebbe imputabile soprattutto all’altissima e cronica corruzione. L’eventuale dichiarazione di insolvenza da parte di Atene, secondo i mercati, potrebbe avere drammatici effetti di contagio nei confronti dei paesi maggiormente in difficoltà, come il Portogallo, con evidenti riflessi negativi anche sull’Italia e la Spagna.

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