Prendiamo un gruppo di studenti universitari del primo anno a un corso di arte. Domandiamo loro se la Cappella Sistina è bella. Domanda retorica, certo, però è interessante chiedere, subito dopo la loro risposta affermativa, il “perché” è bella. E magari dopo aver ascoltato le motivazioni, si può legger qualche riga, senza svelare l’identità dell’autore, dal quale emerge un’insoddisfazione e un giudizio non troppo lusinghiero su quel lavoro. Soltanto dopo si dirà a quegli studenti che è proprio Michelangelo ad aver giudicato la sua opera con amarezza.

Questa sorta di esperimento è l’incipit di uno dei migliori libri usciti di recente sull’arte. Lo ha scritto Serena Giordano, provocatorio e intelligente sin dal titolo: Disimparare l’arte. Manuale di antididattica (il Mulino). E va raccomandato a tutti quelli che, in vario modo, dai curatori ai docenti agli artisti stessi, hanno a che fare con quel mondo. Giordano, che insegna all’Accademia di Belle Arti di Genova, ha potuto sperimentare con i propri studenti una serie di domande affatto banali.

L’esempio della Sistina è esemplare: perché la sua bellezza è indiscutibile? Perché di fronte a due opere d’arte, come la Gioconda di Leonardo e la Merda d’artista di Piero Manzoni, gli studenti sono propensi a considerare un capolavoro solo la prima perché frutto di una tecnica? Eppure la Merda d’artista, ricorda Giordano, è esposta alla Tate di Londra e in altri musei di prim’ordine, valutata a cifre impensabili, oggetto di desiderio di non pochi collezionisti. Insomma, Giordano ci ricorda che tanto la Gioconda quanto la provocazione di Manzoni «si sono guadagnati lo status di opera d’arte in base a riconoscimenti sociali e non estetici e che quelli sociali, a differenza dei secondi, sono determinanti».

Lo stesso vale per il nostro patrimonio artistico: là dove c’è il bollino di “bene culturale”, come nel caso dell’Altare della Patria a Roma, allora è automaticamente bello, va tutelato e conservato. Eppure questa indiscutibilità, questa magnificente espressione artistica, rischia di generare un paradosso: proprio perché indiscussa quest’opera può, e spesso succede nello sguardo delle giovani generazioni, diventare invisibile.

E allora converrà riflettere su quanto diceva Andy Warhol: «La cosa più bella di Firenze è il McDonald’s». Ci si può indignare, si potrà dire che è una frase tagliente e, ad arte, irritante. Oppure la si può usare come uno spunto, come viene fatto in questo libro, per liberarsi da una serie di paradigmi. I quali, va detto, sono vivi, verificati, di sicuro utili. Eppure nessuno li mette mai in discussione. Che succede se per un momento proviamo ad astrarci da queste regole universali della storia dell’arte e facciamo un ragionamento differente? C’è forse chi giudicherà irrituale, perciò illegittima, tale messa in discussione. Ma la didattica dell’arte e del nostro straordinario patrimonio può giovarsi di questo approccio.

In un paese dove sempre minore è l’interesse per la cultura artistica (per non dire dei tagli o dello stato precario in cui versano i nostri monumenti, da Pompei al Colosseo), riuscire ad appassionare i giovani, interessarli, coinvolgerli, è comunque un’operazione interessante. E se per farlo, fra altre opzioni, è utile mettere a confronto una tela del Tintoretto con una striscia di Superman o di Spiderman, nessuno indignato stupore. Sarà soltanto, come ci insegnano con intelligenza queste pagine, un modo per «far uscire dalla scuola la storia dell’arte e collegarla con gli infiniti spunti che ci circondano»

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