Manifestazione anti-britannica davanti all'ambasciata britannica di Teheran

«Ogni Paese che sia ostile all’Iran dovrà attendersi lo stesso risultato». In una tesissima giornata che assiste a un’escalation di minacce bilaterali tra Londra e Teheran, il capo della magistratura iraniana, Sadeq Larjani, commenta così la decisione dei giorni scorsi del parlamento di espellere l’ambasciatore britannico dopo le sanzioni imposte a Teheran per il suo programma nucleare. Gli fa eco il presidente del Parlamento Ali Larijani, secondo cui l’azione di ieri degli studenti contro l’ambasciata britannica si spiega con «decenni in cui la Gran Bretagna ha cercato di dominare l’Iran» e con un continuo «atteggiamento ostile contro la nazione iraniana».

Ma dall’altra parte del mondo i toni non sono meno aspri: Londra ha dato tempo 48 ore a Teheran per chiudere la propria ambasciata nella capitale britannica. E mentre il titolare degli Esteri William Hague chiariva al Parlamento britannico che intanto Londra ha chiuso la sua sede diplomatica nella capitale iraniana e ordinato l’evacuazione di tutto il personale, il primo ministro David Cameron annunciava azioni «molto dure».

L’assalto all’ambasciata britannica a Teheran e le possibili conseguenze di un’azione che, secondo il Regno unito, è avvenuta attraverso i miliziani Basiji e con una «qualche forma di sostegno» da parte del regime spacca il mondo. E accanto alle reazioni più dure (come quelle francesi o quelle della Norvegia che per un giorno ha chiuso la sua ambasciata) o all’«indignazione» di Ban Ki Moon, altri Paesi frenano. Mentre spunta un giallo che, ironia della sorte, fa capolino sul Times, quotidiano britannico per eccellenza.

L’esplosione che lunedì scorso ha scosso la città meridionale di Isfahan in Iran avrebbe – dice il Times – interessato gli impianti di arricchimento dell’uranio dell’omonima centrale. Il giornale, che pubblica anche immagini satellitari, apprende da fonti dell’intelligence israeliana che che lo scoppio non sarebbe stato un incidente. L’esplosione di lunedì è stata la seconda nell’arco di un mese e l’ultimo scoppio – dice la fonte citata dal Times – ha causato danni allo stabilimento, in particolare alle strutture che si crede «servano per ospitare i materiali grezzi». Quando il Times cerca di sapere di più, la fonte risponde che sono molti i soggetti interessati a «sabotare, fermare o costringere l’Iran a interrompere il suo programma di armamento nucleare». Non nega né smentisce che dietro all’esplosione ci sia proprio Tel Aviv.

Nelle cancellerie, nei parlamenti e nei ministeri di mezzo mondo intanto l’escalation desta timori e preoccupazioni tanto che, se il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, si dice «scioccato e indignato» per l’attacco contro l’ambasciata britannica in Iran, l’Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton fa sapere che la decisione della Gran Bretagna di chiudere l’ambasciata a Teheran è stata presa in modo autonomo da Londra e non concordata in sede europea. Di questa «situazione molto, molto seria» si occuperanno domani i ministri degli Esteri della Ue, chiamati anche ad approvare un nuovo pacchetto di sanzioni contro l’Iran per il suo programma nucleare. Ma le posizioni non sono univoche. La Francia vuole sanzioni internazionali abbastanza forti da paralizzare l’Iran nella sua politica nucleare ma vuole evitare un intervento militare che provocherebbe, dice il ministro Juppé, danni «irreparabili» con «conseguenze catastrofiche». Gli fa eco il neo titolare della Farnesina, Giulio Terzi, secondo cui un’opzione militare sarebbe devastante. Frena invece Atene, che si oppone all’ipotesi di un embargo petrolifero contro l’Iran, da attuarsi nell’ambito di un nuovo pacchetto rafforzato di sanzioni europee, in questo differenziandosi proprio da Roma, favorevole a un gruppo di lavoro che consideri anche tale possibilità. Berlino ha richiamato in Germania il suo ambasciatore a Teheran mentre la Norvegia dal canto suo, accelera e frena. Prima chiude l’ambasciata a Teheran, poi fa sapere che è solo per un giorno. Anche l’Italia però potrebbe farlo: dopo una sua audizione in parlamento, Terzi ha spiegato di avere «già dato disposizione per convocare quanto prima l’ambasciatore iraniano per chiedere spiegazioni e garanzie sulla sicurezza del corpo diplomatico italiano a Teheran» e che approfondirà domani «coi partner europei la linea da seguire…anche sulla presenza dei nostri diplomatici a Teheran».

Quadro complicato in cui per ora gli americani sono intervenuti con parole dure ma anche con una certa moderazione: il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha definito «un affronto» alla comunità internazionale l’attacco all’ambasciata britannica in Iran e «gli Stati Uniti condannano questo attacco nei termini più duri possibili». Ma l’ipotesi che la vicenda sfoci in un conflitto che vada oltre parole e sanzioni preoccupa evidentemente anche Washington che per ora non sembra voler mettere il piede sull’acceleratore.

di Emanuele Giordana

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