Estremamente controverso, all’indomani della sua tragica morte, resta il giudizio sul regime che Muammar Gheddafi aveva instaurato 42 anni fa in Libia. Sul piatto della bilancia possono porsi da un lato gli avanzamenti economici, la salvaguardia della laicità, la garanzia di uno Stato sociale, seppure minato negli ultimi anni, il ruolo di protagonismo internazionale specie in ambito africano che ne aveva fatto uno dei principali promotori dell’unità del continente. Dall’altro, la repressione del dissenso e il carattere autoritario del regime stesso, nonché i fenomeni di corruzione, le violazioni dei diritti umani dei migranti a diretto beneficio e vantaggio delle potenze occidentali, fra le quali l’Italia.

Vi erano indubbiamente, in uno Stato fragile e con fortissima componente tribale, molti scontenti, e a tale scontento hanno potuto attingere queste stesse potenze per architettare l’operazione di scatenamento della guerra civile e massacro finale del colonnello e dei suoi adepti.

Con gli osceni festeggiamenti intorno al cadavere di Gheddafi si compie un’operazione lucidamente voluta e portata a termine dall’Occidente per cogliere due obiettivi, entrambi apparentemente raggiunti, e cioè il recupero del pieno controllo sulle risorse petrolifere libiche e lo snaturamento delle rivoluzioni arabe, che avevano suscitato non poche preoccupazioni fra i circoli dirigenti globali. La Francia in particolare, che dell’operazione è stata l’artefice principale, ha oggi in Nordafrica un fedele alleato, il Cnt, che sostituisce Ben Alì, detronizzato dalla rivoluzione tunisina.

Dall’operazione escono certamente a pezzi le Nazioni Unite, che con la risoluzione hanno avallato l’intervento militare nella guerra civile. La Nato dal canto suo, come avevamo previsto, ha violato a sua volta tale risoluzione, finendo per bombardare i civili che in teoria la risoluzione stessa doveva salvaguardare. Ne esce a pezzi anche la Corte penale internazionale, che con l’attuale procuratore si conferma uno strumento neocoloniale in mano alle potenze dominanti,.

Una brutta pagina di storia che si chiude in modo raccapricciante. Lo scempio del cadavere di Gheddafi e dei suoi figli non è solo un crimine di guerra del quale la Nato stessa dovrebbe rispondere insieme agli autori materiali, ancora non ben identificati, del crimine . E’ un segnale estremamente inquietante per il futuro prossimo e meno prossimo.

Se il buongiorno si vede dal mattino, i successori di Gheddafi, una miscela di fondamentalisti islamici, ex alti dignatari del regime, responsabili in quanto tali delle violazioni dei diritti umani non meno di Gheddafi stesso, e leader tribali, sembrano del tutto inadeguati al compito della transizione del Paese “verso la democrazia”. Si sono resi colpevoli di atti di razzismo nei confronti degli africani residenti nel Paese, hanno violato i diritti umani delle popolazioni civili e, giunti al governo, la prima cosa che hanno fatto è stata l’introduzione della legge islamica. Ancora una volta, come nel caso afghano e in quello di Bin Laden, l’Occidente con le sue politiche neocoloniali e di ingerenza, alimenta il fondamentalismo, che si rafforza  anche in Tunisia e in Egitto.

I Paesi dell’Europa mediterranea, incapaci di raccogliere il messaggio di speranza proveniente dal mondo arabo, restano a guardare. Forse non si rendono conto di stare seduti sul cratere di un vulcano… perseguendo miopi politiche di potenza allontanano ogni possibilità di pace, sviluppo e civile convivenza.

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