Il sistema sociale ed economico italiano risulta essere fra i più ingiusti ed escludenti dell’intero Occidente capitalistico. Secondo i recenti dati della Caritas, nel suo Rapporto 2011, significativamente intitolato “Poveri di diritti”, infatti, nel 2010 erano in Italia 8,3 milioni i cittadini che vivevano in povertà, pari al 13,8% della popolazione. Fra coloro che si rivolgono ai centri della Caritas, i giovani sono aumentati, dal 2005 al 2010, del 59.6% e tra questi il 76,1% non studia e non lavora.

Un contesto desolante, determinato senza dubbio dall’inazione di un sistema politico, nel suo complesso, inefficiente e sempre più sganciato da esigenze, aspirazioni e sentimenti dei cittadini, che è in realtà il principale responsabile di un disagio sociale che si aggrava ogni giorno di più, come dimostrato anche dai gravi incidenti di sabato 15 ottobre, al di là delle pur necessarie scelte di auto-organizzazione del movimento per evitare il ripetersi di eventi analoghi.

Se non vogliamo che gli incapaci che ci governano continuino a degradare il clima del nostro Paese, sottraendo risorse al popolo, privatizzando i beni comuni e derubando del loro futuro le giovani generazioni, è necessario rilanciare proposte coraggiose e di ampio respiro, anche e soprattutto sul terreno della distribuzione e della produzione del reddito.

Per questi motivi è particolarmente opportuna e gradita l’azione svolta dalla Rete per il reddito di base (Basic Income Network), nel cui ambito è stato formulato di recente un appello del quale riproduco alcuni stralci: «… Dinanzi a questa crisi infinita, che produce sempre più disoccupazione e povertà di massa e all’incapacità delle classi dirigenti di intervenire per ridurre i danni sociali, riteniamo sia il momento di rilanciare l’esortazione in favore di un reddito di base incondizionato, come concreta opzione per garantire, nell’immediato, la possibilità di una vita degna alle persone più drammaticamente colpite da insicurezza e impoverimento e, in prospettiva, per auspicare e realizzare un’altra idea di società. … La crisi non lascia alternative: bisogna arrivare alla definizione di nuovi diritti in grado di garantire l’uguaglianza e la dignità della persona, ed uno di questi – quello su cui muovere – è proprio il reddito garantito. Questa rivendicazione esprime il diritto fondamentale alla vita: è un diritto sociale, ma è anche una garanzia di libertà, che permette di sfuggire al ricatto della povertà, dell’insicurezza, della precarietà e dell’esclusione sociale. …». L’Italia, su questo tema come su altri, è su una posizione di estrema arretratezza, come documentato dal libro di Giuseppe Bronzini dedicato all’analisi delle legislazioni nel nostro Paese e in Europa.

Un reddito minimo di cittadinanza, come pure la fissazione di un tetto al reddito massimo, paiono oggi le sfide fondamentali per dar vita a una società realmente equa e non escludente. Esso richiede ovviamente il reperimento delle risorse necessarie attraverso la lotta all’evasione fiscale e l’introduzione di un’imposta patrimoniale che colpisca i ricchi, nonché mediante il ripudio del debito che grava sullo Stato, liberandolo dalla schiavitù della finanza internazionale. A chi obietta che non ci sarebbero i mezzi finanziari si può replicare con le parole di Stéphane Hessel: «Hanno il coraggio di raccontarci che lo Stato non è più in grado di sostenere i costi di queste misure per i cittadini. Ma com’è possibile che oggi manchi il denaro necessario a salvaguardare e garantire nel tempo tali conquiste quando dalla Liberazione, periodo che ha visto l’Europa in ginocchio, la produzione di ricchezza è considerevolmente aumentata? Forse perché il potere dei soldi, tanto combattuto dalla Resistenza, non è mai stato così grande, arrogante, egoista con i suoi stessi servitori, fin nelle più alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, dimostrano di preoccuparsi anzitutto dei loro dividendi e degli stipendi vertiginosi dei loro dirigenti, non certo dell’interesse generale. Il divario tra i più poveri e i più ricchi non è mai stato così significativo; e mai la corsa al denaro, la competizione, erano state a tal punto incoraggiate».