Con il neonato movimento degli indignati hanno poco a che fare. I protagonisti delle violenze di ieri a Roma hanno invece a che fare con l’eterno antagonismo italiano: l’area dell’autonomia e l’ala estrema del movimento anarchico. Corroborati, come accade sempre più spesso, da frange ultras politicizzate e, soprattutto, settimanalmente allenati agli scontri da stadio. Un quadro non tanto diverso da quello che si è visto dieci anni fa al G8 di Genova (dove però il blocco nero era composto in gran parte da militanti stranieri, soprattutto nordeuropei) e ancora prima. Con radici negli anni Settanta, come dimostrano i tanti capelli bianchi che spuntavano dai fazzoletti calati sul volto.

Striscioni e slogan del blocco nero rimandano ai soliti noti: tra questi, Autonomia Contropotere, il centro sociale Askatasuna di Torino, Gramigna di Padova, Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), ai quali gli investigatori affiancherebbero gruppi di ultrà di sinistra del Livorno, del Cosenza, del Venezia, del Modena. Sul sito del centro sociale torinese Askatasuna-Autonomia contropotere si legge per esempio un editoriale tutt’altro che critico verso le violenze: “Al 15 ottobre ci si è arrivati in una situazione assurda, dove gli organizzatori dei comizi finali in piazza San Giovanni, avevano desistito da tempo di sfilare verso i palazzi del potere romano, che era l’unica cosa incisiva in una giornata del genere. Le iniziative dei giorni scorsi volevano smorzare e incanalare una rabbia diffusa e irrapresentabile che oggi si è manifestata in tutta la sua espressione”.

E ancora: “Diciamola tutta, se c’era un paese che doveva trasformare l’indignazione in incazzatura di massa, quello era proprio l’Italia, che vive un presente veramente penoso. La giornata di oggi, piazza San Giovanni nella fattispecie, si è trasformata in ore di resistenza di massa alle forze dell’ordine, chiamate a respingere una rabbia sacrosanta verso un presente di austerity. Magari non è comprensibilissimo ai più, ma le ore di resistenza romana odierna hanno detto chiaro e tondo che al debito, ai sacrifici, alla casta, all’austerity a senso unico, che ribellarsi è qualcosa che può unire, e che può succedere”. Fino alla conclusione: “Doveva finire con qualche comizio in piazza San Giovanni, è finita con ore di resistenza”.

Non è un caso, poi, che il sindaco di Roma Gianni Alemanno abbia messo in relazione gli scontri di ieri con il derby di oggi Lazio-Roma, pur auspicando che la partita si giochi comunque. Nonostante le due tifoserie siano ormai largamente schierate nell’estrema destra, gli investigatori ipotizzano che anche qualcuno dei loro abbia partecipato alle cariche di piazza San Giovanni, dove molte decine di “neri” dimostravano una certa esperienza nel confronto con le forze dell’ordine e non esitavano ad arrampicarsi letteralmente sui mezzi in corsa. Fino all’assalto del blindato, condotto con freddezza e determinazione, e persino un certo autocontrollo dato che ai carabinieri che stavano a bordo è stato sostanzialmente permesso di lasciare il campo. “’Di manifestazioni ne ho fatte, man non ho visto mai una cosa così”, ha commentato uno dei due F.T., 31 anni, ricoverato in ospedale con fratture al volto. “Per fortuna avevo il casco, altrimenti sarei morto”.

Al momento sono stati fermati venti manifestanti, di cui 12 arrestati. Dodici sono di Roma e provincia. Gli arrestati hanno tra i 20 e i 30 anni, alcuni con precedenti specifici risalenti ad altri cortei. Un ventunenne anarchico di Lecce, studente a Bologna, fermato ieri dalla Digos in via Merulana; un giovane di 22 anni; una ragazza romana di 29 anni, un ragazzo di 21 anni di Brindisi, un catanese di 23 anni. Tra i fermati ci sono sei minorenni. Uno di loro, quando è stato bloccato, indossava una maschera antigas.

Ora gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e del sostituto Marcello Monteleone, stanno analizzando foto e filmati per cercare di riconoscere i protagonisti delle violenze. Fino a questo momento l’accusa contestata è la resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale, ma i pm stanno valutando se contestare il più grave reato di devastazione e saccheggio, che può costare fino a 15 anni di carcere.

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