Il primo ministro scozzese Alex Salmond

Il vento del nord soffia anche nel Regno Unito. Ma senza drammi, riti celtici, aut aut alle maggioranze o riti delle ampolle. La Scozia va verso un altro referendum sulla sua indipendenza, questa volta sull’autonomia finanziaria. Si terrà nel 2014 o nel 2015 e il primo ministro scozzese Alex Salmond sta facendo di tutto per portare a votare anche i sedicenni e i diciassettenni. Sarebbe la prima volta nella storia della Gran Bretagna, un voto che sarà anche un simbolo di una Scozia giovane e dinamica, «la più grande nazione al mondo», come usa ripetere Salmond, leader dello Scottish National Party. Dal 20 al 23 ottobre si terrà a Inverness anche l’annuale congresso. E allora si saprà con certezza quali saranno i termini e le caratteristiche del futuro referendum.

Obiettivo della consultazione, portare gli scozzesi ad avere un proprio welfare e a raccogliere le proprie tasse. Già ora l’area più a nord del Regno Unito regolamenta e controlla il proprio sistema educativo, sanitario, ambientale e dei trasporti. Con il resto del Paese, la Scozia continuerebbe a condividere le politiche estere e della difesa e i piani di aiuti internazionali. Una devoluzione marcata, quindi, soprattutto sul fronte fiscale. Se ora Holyrood (è il nome dato al Parlamento scozzese) può coordinare solo la raccolta delle tasse a livello locale, quelle dei Comuni, il referendum, se dovesse passare, consentirebbe alla Scozia di gestire autonomamente tutte le entrate. Niente più soldi a Londra, quindi, ma tutti a Edimburgo, Glasgow e dintorni. Perché a nord del Vallo di Adriano l’economia corre, a livelli quasi del ricco sud.

La popolazione scozzese supera i 5 milioni e 200mila abitanti e la disoccupazione è al 4% (era al 5,6% nel 1997), dato molto simile al 3,4% dell’area di Londra. Il valore aggiunto per abitante è di 19.744 sterline, contro le 20.442 dell’Inghilterra. Un dato comunque di molto superiore a quello dell’Irlanda del Nord (15.795 sterline) e soprattutto del povero Galles (14.842 sterline). Chiaro che Salmond ora voglia continuare a premere sul pedale dello sviluppo. La Scozia ha la propria Silicon Valley, i propri centri universitari di eccellenza, un’economia della cultura seconda solo a quella di Londra, risorse minerarie e petrolifere, tanto vento per le proprie pale eoliche e un sistema energetico sempre più “verde”.

Ma le velleità indipendentistiche scozzesi, tuttavia, vengono spesso derise dai principali partiti britannici. Il primo ministro David Cameron, al recente congresso di Manchester dei conservatori, ha detto chiaramente che Salmond non deve essere «codardo» e deve avere il coraggio di porre un quesito secco e chiaro agli scozzesi. Vogliono o no l’indipendenza dal Regno Unito? Una sfida, quella di Cameron, su un terreno scosceso e sdrucciolevole. Anche se lo SNP alle elezioni di maggio ha preso il 50% dei voti, sono in tanti quelli che ancora credono nella supremazia di Londra, nei valori del Regno, monarchia in primis, e nella necessità di una Scozia ancorata al resto del Paese, anche per motivi economici. Salmond, tuttavia, in una recente intervista al Guardian, lo ha detto chiaramente. «I Tories e i Lib-Dem non hanno mandato qui in Scozia. Del resto, alle elezioni sono arrivati terzi e quarti, non hanno voce in capitolo».

A Londra, tuttavia, i dubbi sono anche altri. Ormai anche Irlanda del Nord e Galles hanno i propri parlamenti e le proprie relative autonomie. Ma un referendum scozzese potrebbe essere la scintilla per accendere il fuoco di ulteriori rivendicazioni da parte di Belfast e Cardiff. Il Galles, soprattutto, negli ultimi mesi è stato interessato da un revanscismo culturale e linguistico. Il bilinguismo, specie nei grandi centri, è ancora lontano da realizzare, ma il governo gallese spinge su questo fronte, «perché l’identità è tutto». Anche se la pacatezza delle discussioni, con pochissime frange estremiste e nessun dito medio innalzato contro la regina o contro Cameron o contro la patria, nessuno che si vesta con copricapo vichinghi, rappresenta, nonostante tutto, il perfetto understatement britannico.

di Daniele Guido Gessa

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