Le storie più interessanti sono quelle che mettono in discussione i nostri pregiudizi. Bologna ne sa qualcosa. Una città storicamente vicina alle istituzioni repubblicane ha dovuto fare i conti più volte con l’infedeltà di alcuni membri delle forze dell’ordine: dal colpo (alla schiena) che uccise Francesco Lorusso, ai delitti degli “sbirri” della Uno bianca – a proposito: oggi, giornata dedicata a tutte le vittime della banda dei fratelli Fabio e Roberto Savi, oltre alla celebrazione presso il giardino di viale Lenin dedicato alle vittime (ore 15.30), in tutti i supermercati Coop sarà trasmesso un messaggio in ricordo di quei 24 innocenti -; passando per i depistaggi dei servizi segreti militari sulla strage alla stazione e sull’Italicus. Fino all’omicidio di Federico Aldrovandi, avvenuto a Ferrara il 25 settembre 2005 dopo una serata trascorsa a Bologna con gli amici. Una sequenza di “tradimenti” che, almeno in parte, ha messo in crisi la fiducia dei cittadini emiliano romagnoli in chi porta una divisa. Molti genitori, comprensibilmente, faticano ad insegnare ai propri figli ad avere fiducia nelle forze dell’ordine. Proprio per questi motivi è sempre più indispensabile insegnare a distinguere.

Pochi sanno, ad esempio, che l’alba della nostra Repubblica vide molti membri dell’Arma dei Carabinieri sacrificarsi per difendere la popolazione dal nazifascismo. Una storia che lega i destini del ghetto ebraico di Roma e del “Campo delle Caserme Rosse” a Bologna (luogo dove domani, 12 ottobre alle ore 16, si celebrerà il ricordo del 67° anniversario dal bombardamento alleato che ne provocò la chiusura). Come hanno spiegato Danilo Caracciolo e Roberto Montanari, autori del documentario “Caserme Rosse: il lager di Bologna”, «all’indomani dell’8 settembre ’43, la caserma allievi ufficiali di via Corticella diventa un campo di concentramento per migliaia di rastrellati da utilizzare come schiavi in Germania, o sulla linea Gotica in Italia, secondo le nuove necessità belliche tedesche. Letta con le testimonianze dei sopravvissuti, questa vicenda dimenticata permette oggi di restituire alla storia il peso delle scelte individuali di uomini come don Salmi e il dottor De Biase, protagonisti di una resistenza senz’armi che, al pari di quella armata, rappresentò la salvezza per molte persone e per la dignità del Paese».

Il 7 ottobre 1943 oltre duemila carabinieri furono catturati e condotti in lager nazisti. Secondo recenti ricerche storiche ciò avvenne per decisione di Herbert Kappler, comandante delle SS e della Gestapo a Roma, al fine di allontanare dalla Capitale i carabinieri prima di mettere in atto la prevista deportazione degli ebrei. Kappler temeva infatti che un rastrellamento nel ghetto avrebbe provocato una rivolta e che, in quel caso, i carabinieri avrebbero preso le difese della popolazione romana. Non a caso dopo solo una decina di giorni da quel rastrellamento arriva il “sabato nero” del ghetto: sono le 5.15 del mattino quando le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia rastrellando 1.024 persone (oltre 200 i bambini).

Probabilmente molti di quei carabinieri-martiri che, disobbedendo ai nazisti, obbedirono alla bandiera italiana (prima ancora che al loro giuramento), transitarono anche dal “lager di Bologna”. Sono storie come questa a rendere giustizia ad un 150° dell’Unità tormentato dalle quotidiane miserie dell’italietta berlusconizzata. «Nel contesto della Seconda guerra mondiale, credo che nessun paese come l’Italia possa vantare un fenomeno così plebiscitario – parliamo di seicento, settecentomila uomini – di resistenza morale al nazismo come quello messo in atto dai militari italiani nei lager. Essi hanno fatto veramente, direbbe Gandhi, politica non violenta, “lotta non armata ma non inerme”». Questa l’opinione della professoressa Anna Maria Casavola, autrice del libro “7 ottobre 1943. La deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti” (edizioni Studium).

Gran parte del merito di aver riportato in luce questa vicenda a lungo occultata è di Armando Sarti, segretario del Comitato Unitario Democratico ed Antifascista di Bolognina e Navile, da anni impegnato a ricostruire e divulgare la storia di Caserme Rosse. Fu lui a coniare la definizione di “lager di Bologna”. Ed con queste parole che Armando ha ricostruito questa vicenda:

«Come raccontò Monsignor Giulio Salmi, “Arrivarono dapprima i Carabinieri, colpevoli di un solo giuramento”. I Carabinieri romani e laziali, come i commilitoni campani, si erano rifiutati di rastrellare gli ebrei. Per questo vennero considerati inaffidabili dai tedeschi e dal maresciallo fascista Rodolfo Graziani, ministro della difesa nazionale della repubblica di Salò, come ci è stato rivelato dalla recente apertura degli archivi della C.I.A. riferiti al 1943-44. Ai primi del 1944, terminò la fase del rastrellamento dei militari italiani già in armi dopo l’8 settembre del ’43. Anche per colpa e responsabilità della cosiddetta repubblica di Salò, un fortissimo accanimento fu rivolto verso i giovani in età di leva, in particolare le classi 1924-1925, che vennero richiamate per essere al servizio, in realtà, dell’occupante tedesco. Praticamente tutti i giovani abili per la repubblica di Salò che giunsero a Caserme Rosse furono destinati in Germania, subendo anch’essi uno sfruttamento bestiale e disumano. Chi invece godeva di minore vigoria fisica e di minore salute era inviato, sempre come manodopera gratuita da sfruttare per il consolidamento dei sistemi di difesa passiva tedeschi, sul nostro territorio nazionale».

Un anno dopo, 12 ottobre 1944, gli alleati bombardano Bologna provocando oltre 400 morti e 600 feriti: alcuni di questi muoiono sotto le macerie delle Caserme Rosse, che da quel giorno chiude i battenti. In quei mesi terribili molti degli “ospiti” di Caserme Rosse ebbero la fortuna di conoscere il medico Antonio De Biase, altro personaggio di rilievo in questa drammatica vicenda. Arrestato pochi giorni prima del bombardamento dall’ufficio politico del comando provinciale della Guardia Nazionale Repubblicana (il che rende appropriata la definizione di lager nazifascista), il dotor De Biase venne condannato a cinque mesi di carcere duro per aver evitato a molti internati la deportazione in Germania: chi dopo la visita medica otteneva il numero 2 veniva solitamente destinato ad altri lager che si trovavano entro i confini italiani (in primis quello di Fossoli).

Ecco che il cerchio si chiude. Tra le tante vergogne nascoste negli armadi d’Italia, quella della deportazione di tanti carabinieri merita di essere raccontata, soprattutto a quei giovani (ma non solo) che, sbagliando, pensano che tutti i carabinieri e i poliziotti siano come quelli tristemente noti per i fatti di Genova del luglio 2001.

Infine, per chi non lo avesse ancora visto, il film “Caserme Rosse, il lager di Bologna” sarà proiettato venerdì 14 ottobre alle ore 21 presso la sala Falcone e Borsellino del quartiere Reno (ingresso gratuito).

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