Le sabbie della rabbia popolare egiziana stanno sommergendo le Sfingi del regime. I singoli granelli che formano la popolazione egiziana non reggono più il peso di Mubarak e del suo potere. E gli ormai insopportabili monumenti dell’immobile governo sembrano scivolare sempre più e rischiano di essere inghiottiti dalle sabbie della storia.

Quello che la diplomazia e la politica internazionale non è mai riuscita (e non ha di fatto mai voluto) fare, sta accadendo grazie alle pulsioni dal basso, dai singoli cittadini la cui rabbia si è condensata in movimento sotto la spinta della necessità: la crescita dei prezzi e, conseguentemente della fame, hanno portato alla rivolta individuale (i tanti giovani disoccupati, o quasi, che si sono dati fuoco dall’Algeria allo Yemen, passando per l’Egitto come ha testimoniato al Fatto lo scrittore al-Aswani), e poi a quella generale.

Uno smottamento di un’intera società che pareva immobile, tenuta stretta da decennali regimi post-coloniali, dalla repressione degli estremisti islamici monito per tutti, e dal solo timore di una risposta violenta delle forze di sicurezza. L’effetto slavina del Maghreb ha subito un’accelerazione esponenziale con il passare dei giorni ed ha assunto ormai una dimensione, una massa critica, che pare irreversibile.

La contaminazione dell’Egitto, perno di tutta la stabilità mediorientale, pedina principale delle alleanze internazionali e snodo di ogni trattavia sulla questione israelo-palestinese, ha portato la crisi a un punto di non ritorno. Lo hanno capito per primi gli americani – principali fornitori di aiuti civili, e ancor più, militari al Cairo (partner dell’area secondo solo a Israele) – che devono correre ai ripari, e al cambio di cavallo, cercando di accompagnare il regime di Mubarak (padre e figlio) alla fine senza farlo scivolare nella vendetta della repressione aperta.

Per questo l’esercito dell’ex colonia britannica è (e sarà nei prossimi giorni) il protagonista e l’interlocutore principale: Washington deve ottenere il consenso dei generali (ex colleghi dell’ufficiale Mubarak, che prese il potere trent’anni fa) ancor più e prima di quello dei leader – sparsi – dell’opposizione per un passaggio di potere non (eccessivamente) traumatico. Poi sarà la volta del coinvolgimento degli islamici moderati, come il movimento dei Fratelli musulmani, che continuano ad avere una grande influenza sul pensiero musulmano mediorientale.

Se cambia l’Egitto, l’intero Muro dei regimi arabi rischia di sgretolarsi: un poco sotto i colpi delle verità di altre Wikileaks, ma molto più sotto le necessità e le verità individuali dei popoli il cui risveglio sta avvenendo non grazie al proselitismo dell’estremismo islamico, ma alla fame: di giustizia, e non solo.

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