“Un’altra occasione persa, non risolve nessuno dei nostri problemi” a cura di Caterina Perniconi

Pubblichiamo di seguito alcune e-mail che ci sono arrivate dopo il varo della riforma dell’Università da parte del Consiglio dei ministri. Continuate a inviarci le vostre segnalazioni e le vostre storie all’indirizzo ricercatori@ilfattoquotidiano.it

DOTTORANDA INCOMPATIBILE È incredibile quello che succede nelle università. E incredibile come le cose continuino a cambiare e a peggiorare. Viene fatta una riforma delle Università senza fare una riforma dei dottorati. Ho vinto un posto per un dottorato di ricerca senza borsa che potevo frequentare grazie a un assegno di ricerca. Ora ne viene sancita l’incompatibilità e io dovrò rinunciare al dottorato. Se il dottorato è incompatibile, anche senza borsa, con l’assegno di ricerca (con rinnovo annuale), come faremo, io e altri colleghi, a mantenerci? Perché non hanno pensato, prima di togliere altre possibilità, di dare una borsa a tutti i dottorandi? Ringrazio “Il Fatto” per questo filo diretto di sfogo! Chiara Tambani

DOMANDE DI UN RICERCATORE Sono molto felice che qualcuno si interessi di problemi di università. Io lavoro come assegnista di ricerca in Ingegneria. Faccio notare che ho usato la parola “lavoro” non a caso. Devo premettere che mi sento fortunato perché ho una certa sicurezza di non finire disoccupato nel prossimo futuro. Vi vorrei sottoporre alcune riflessioni: si parla di fare i concorsi in modo che i baroni non possano influenzare la giuria che deve decidere chi sia il miglior candidato, e per farlo si fanno i concorsi su titoli, le commissioni a pescaggio, l’abilitazione nazionale. Queste cose sono giustissime, a prima vista. Ma in realtà si cura il sintomo e non il male; in molti paesi le università hanno una certa autonomia nel gestire la spesa del personale, eppure sono messe meglio delle nostre da molti punti di vista. Da cosa dipende la differenza? Probabilmente dalla maggiore responsabilizzazione dei professori e anche nel riscontro di gratificazioni economiche e personali. Nel momento in cui si instaura un controllo diventa interesse di tutti far sì che le cose funzionino. C’è da dire che, in generale, negli altri paesi all’università un professore ci deve andare tutti i giorni, e non solo quando fa lezione… In più, le persone come me che hanno finito il dottorato da un paio di anni, a parte casi straordinari, non hanno un gran numero di pubblicazioni, e questo è un fatto abbastanza strutturale, in quanto i gruppi di ricerca sono piccoli, le strutture e l’assistenza tecnica carenti e spesso è chiesto di fare molta didattica. Queste sono state le regole fino a adesso. Se si decide di cambiarle facendo finalmente dei concorsi aperti, potrebbe accadere che persone che hanno deciso di stare in realtà più dinamiche (all’estero) diventino preferibili rispetto a quelli che hanno aspettato pazientemente l’esaurirsi della lunga coda. A questo punto viene da chiedersi: per perseguire lo scopo di una docenza in Italia non è comunque meglio provare la via dell’estero, in modo da ingrassare il proprio curriculum, e sperare nel ritorno in un futuro non troppo prossimo? E se tutti i miei colleghi la pensano così, chi rimarrà in Italia a contribuire al funzionamento dell’università? Mi permetterei anche di far notare che regalare un laureato all’estero, è un danno anche economico per la comunità, visto che le tasse universitarie pagate dagli studenti coprono solo una parte dei costi per la loro formazione. Gianni Borghesan

QUALE CODICE ETICO Per quanto riguarda la riforma dell’Università approvata dal Cdm mi sono posta una domanda: è stato necessario varare un codice etico? Io non credo che a oggi le università italiane non lo abbiano, il problema è che c’è sempre un modo per aggirarlo. Perché, quando si partecipa ad un concorso pubblico in università di solito si sa già per chi è stato indetto (senza bisogno che i cognomi corrispondano). Le norme ci sono già ma nessuno controlla, nessuno punisce e soprattutto tutti sanno e nessuno si lamenta. Magari per non perdere il turno. Io ho fatto application in Inghilterra e lì le qualifiche professionali sono del tutto separate dai dati anagrafici sensibili (sesso, età, razza) e le valutazioni sono fatte solo in base al curricula. Perché invece di varare codici etici non si adottano metodi che non facciano sempre apparire la nostra Repubblica basata sul “favore”? Francesca Tocco

PERCHÉ IN ITALIA NON SI PUO’? Sono un ragazzo di 26 anni, mi sto per laureare in Scienze informatiche. Mi piacerebbe molto continuare la mia carriera all’interno dell’università. Ma ogni volta che leggo articoli, e-mail e commenti mi scende una lacrima perché capisco che i miei sogni, qui in italia, difficilmente si realizzeranno. Poi penso: ma deve capitare anche a me come agli altri ragazzi? C’è uno spiraglio di speranza? La tristezza si trasforma in rabbia e scendo in piazza per farmi ascoltare: “Guardate state sbagliando”. Nessuno ci ascolta. E abbiamo un ministro dell’Istruzione che non ha esperienza nell’Istruzione. Io non voglio andare all’estero per lottare per i miei sogni, voglio stare con la mia famiglia, con la mia ragazza, con i miei amici, con la mia vita qui in Italia. Spero che lottando presto ci sarà un “Yes we can”. Intanto sprechiamo i soldi per le grandi opere, per i grandi ponti, tanto fra pochi anni non sapremo neanche come attraversarli! Nicola Stievano

da Il Fatto Quotidiano n°39 del 6 novembre 2009

Articoli precedenti di questa sezione:

Università privata di tutto: resta il business di Caterina Perniconi