La procura di Perugia ha respinto le accuse rivolte ai colleghi campani, giudicate infondate e fasulle.

Ora è ufficiale: il trasferimento del procuratore di Salerno Luigi Apicella e dei sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, cacciati dalla loro Procura e addirittura inibiti a seguitare a fare i pm, disposto sei mesi fa dal Csm e confermato dalla Cassazione, si basava su una ricostruzione dei fatti totalmente infondata e fasulla: la cosiddetta “guerra fra Procure”, come nel dicembre scorso la liquidarono giornali, tv, Csm, Anm, Quirinale, politici di destra e sinistra, era un falso. Altro che guerra: la Procura di Salerno, quando mandò a perquisire quella ribelle di Catanzaro, agì “per realizzare un fine di giustizia” e fece soltanto il proprio “dovere di ufficio”. Lo afferma il gip di Perugia Massimo Ricciarelli nel provvedimento con cui il 9 settembre, nel silenzio tombale di stampa e tv, ha archiviato il procedimento aperto a suo tempo dalla Procura generale di Catanzaro contro i tre magistrati e contro Luigi de Magistris per abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio.

L’incredibile accusa proveniva proprio dall’ufficio giudiziario appena perquisito dai pm di Salerno, visto che a Catanzaro c’era (e c’è) una pattuglia di pm indagati per aver ostacolato e in parte insabbiato le scottanti inchieste di De Magistris (anche lui cacciato dalla sua Procura e dalla funzione di pm), a partire da “Why Not”. Trovandosi la polizia in casa e in ufficio, i pm catanzaresi non trovarono di meglio che contro-incriminare i colleghi che indagavano su di loro e contro-sequestrare le carte che erano state loro appena sequestrate. Poi, per soprammercato, indagarono pure De Magistris, considerato l’ispiratore del blitz.

L’accusa di abuso d’ufficio riguardava la presunta illiceità del decreto di perquisizione e sequestro di Salerno ; quella di interruzione di pubblico servizio, invece, il presunto stallo subìto dal fascicolo “Why Not”. Poi il procedimento, per il gioco dell’oca delle competenze, era approdato da Catanzaro a Roma, e di lì a Perugia. Le accuse erano già state smontate dal Riesame di Salerno che, respingendo i ricorsi di alcuni indagati perquisiti, aveva confermato la correttezza dell’operato dei pm campani. Ma il Csm e la Cassazione se n’erano bellamente infischiati. Ora il Gip di Perugia scrive che “appaiono significative le ordinanze del Riesame” perchè “spiegano le ragioni della pertinenza del materiale sequestrato” .

Nuzzi, Verasani e Apicella “avevano chiesto gli atti alla Procura generale di Catanzaro”, ma qui i magistrati indagati “avevano manifestato perplessità di vario genere all’invio degli atti richiesti. In tale quadro i magistrati di Salerno si erano convinti che le difficoltà frapposte non fossero giustificate, mentre la base indiziaria, suffragata dalle accuse del De Magistris, meritava di essere approfondita, emergendo fra l’altro che il dott. Pierpaolo Bruni, uno dei magistrati cui era stato assegnato ‘Why not’, stava manifestando contrarietà alle scelte dei colleghi, volte a smembrare e disarticolare l’indagine… E’ un fatto che, a distanza di mesi dalla prima richiesta degli atti, quest’ultima non era stata almeno per buona parte soddisfatta”. Eppure si fondava “su basi normative plausibili”.

A Salerno non restava che andare a prendersi la carte negate da Catanzaro: “Sembra possibile affermare che i magistrati salernitani abbiano agito non per arrecare intenzionalmente un danno ingiusto, ma per realizzare un fine di giustizia”. E non certo, come insinuato dal Csm, per compiacere De Magistris e ostacolare i suoi nemici: “Non sembra possibile sostenere che tutto fosse stato fatto al solo scopo di favorire De Magistris”. Infatti “lo strumento del sequestro, sicuramente di maggiore impatto”, era “ritenuto il solo disponibile per ottenere quanto richiesto e già da mesi reputato necessario, tanto più in quel peculiare e per certi versi lacerante contesto, connotato dalla duplice veste di indagati e indaganti a quel punto rivestita da taluni magistrati di Catanzaro”.

E lo “stallo” di Why Not vibratamente denunciato nientemeno che dal Capo dello Stato? Altra bufala: “Era prevista la sollecita estrazione di copie, funzionale alla restituzione del compendio sequestrato”. Appena fotocopiato, il fascicolo sarebbe stato restituito agli inquirenti calabresi. “In altre parole – spiega il Gip – deve ritenersi mancante l’intenzionale volontà di arrecare un danno ingiusto, che costituisce requisito indispensabile per la configurabilità” dell’abuso. Si era pure detto che uno dei magistrati perquisiti era stato quasi torturato, con ispezioni corporali. Balle anche quelle: “A fronte delle doglianze del dott. Salvatore Curcio, relative agli asseriti eccessi di cui sarebbe stato vittima, è d’uopo osservare che la fase esecutiva non risulta ascrivibile né ad Apicella né a Verasani né a Nuzzi”; non solo, ma dalle carte emerge che fu “compiuto ogni sforzo per rendere meno traumatico possibile lo svolgimento dell’incombente in un contesto di comprensibile disagio”.

Niente abuso d’ufficio, allora, e niente interruzione di pubblico servizio, per evidente “mancanza dell’intenzionalità richiesta” e, anzi, visto lo scopo del “perseguimento di un fine di giustizia, che per un pm costituisce innanzitutto un dovere d’ufficio”. Dopo aver definito “non decisivi i rilievi contenuti nel provvedimento disciplinare” del Csm contro i pm espulsi, il gip Ricciarelli “dispone darsi comunicazione al Csm” dell’archiviazione. Allo stesso Csm che, sulla base del nulla, ha stroncato la carriera a quattro magistrati onesti. E, non contento, continua a perseguitarli con una raffica di nuovi procedimenti disciplinari.