Il panorama economico italiano ed europeo ha reagito con estrema cautela al risultato delle elezioni tedesche, che esclude dai giochi una nuova Grosse Koalition e apre la strada a diverse possibili soluzioni di governo. L’impatto sui mercati a breve è stato limitato, ma le reazioni potrebbero non tardare ad arrivare. I liberali in prima linea per il nuovo esecutivo lasciano presagire un irrigidimento delle posizioni tedesche: non solo la strada per le riforme dell’Eurozona potrebbe diventare in salita, ma Berlino potrebbe spingere in maniera più decisa su una revisione del programma di quantitative easing. Un tema che interessa da vicino il nostro Paese.

Le reazioni finanziarie. Debole è stata la risposta dell’euro, che ha perso terreno nei confronti di tutte le principali valute. Lo spread Btp/Bund è aumentato, ma solo per effetto del calo del rendimento tedesco, mentre il benchmark italiano si è mantenuto stabile: secondo gli analisti i flussi di mercato hanno premiato i titoli di Stato emessi dai Paesi della ‘core Europe’ a scapito di quelli emessi dagli Stati periferici della zona euro, che potrebbero patire l’irrigidimento delle posizioni tedesche sui temi dell’integrazione fiscale e monetaria all’interno dell’Eurozona.

Lo stop alle riforme. “Se la Merkel si allea con i liberali, sono morto”, avrebbe detto nei giorni scorsi a un collaboratore il capo dell’Eliseo Emmanuel Macron. Il possibile ritorno al governo della Freie Demokratische Partei, il Partito Democratico Libero, pone dunque serie ombre sul processo di riforma in corso dell’Eurozona. In una campagna elettorale dai toni più anti Europa, i liberali tedeschi si sono espressi contro il bilancio comune e la comunitarizzazione del debito, guardando invece con favore a una maggiore rigidità dei vincoli. La Fdp, dopo il fallimento dell’ultima esperienza di governo con Angela Merkel, punta dritta al ministero delle finanze, e promette di avere voce in capitolo sulla politica dell’Unione. “Con noi non ci sarà nessun eurodotto che convogli denaro dalla Germania verso altri Paesi europei”, ha dichiarato più volte il leader liberale Christian Lindner. Rappresentando la maggiore economia in Europa, la Germania continuerà ad avere un ruolo chiave nelle negoziazioni per le riforme dell’Unione e le posizioni potrebbero diventare più intransigenti rispetto al recente passato. Nelle ultime settimane Italia, Francia e Spagna avevano presentato proposte di riforma, includendo il bilancio comune finanziato con i titoli dei Paesi dell’Eurozona e il fondo monetario europeo, oltre alla volontà di proseguire con le riforme da completare come l’unione bancaria. La strada potrebbe diventare in salita.

La politica monetaria. Il presidente della Bce, Mario Draghi, durante la sua audizione di lunedì 25 settembre davanti alla commissione Affari economici del Parlamento europeo a Bruxelles ha rinviato all’autunno ogni decisione sulla posizione di politica monetaria della Bce, così come un’eventuale ricalibratura degli interventi a sostegno dell’economia. “C’è ancora bisogno di un orientamento accomodante di politica monetaria a un livello molto sostanziale affinché si materializzi un percorso di ripresa dell’inflazione. Inoltre, vediamo ancora alcune incertezze rispetto alle prospettive dell’inflazione nel medio termine”, ha dichiarato il governatore. Sebbene non abbia commentato direttamente i risultati elettorali tedeschi, Draghi non ha escluso che i rischi politici possano minacciare la ripresa economica continentale, predicando cautela rispetto a un cambiamento dello status quo. “Come vediamo ogni giorno dai nuovi eventi, le sorprese sono tante”.

Il debito pubblico. La Germania, con Wolfgang Schäuble, stava già premendo per una revisione del programma di Quantitative Easing, ma il nuovo governo potrebbe spingere sull’acceleratore in questa direzione. Berlino ha nei fatti visto esaurirsi gli effetti del programma di acquisto sui propri conti, visto che sono agli sgoccioli i titoli tedeschi potenzialmente acquistabili dall’Eurotower. Non è così invece per l’Italia. Solo l’anno scorso la Bce ha raccolto dal mercato secondario un ammontare di Btp pari al 30% del totale delle emissioni di nuovo debito, contribuendo a portare il tasso medio delle emissioni nel 2016 al minimo assoluto dello 0,55 per cento. Grazie anche ai rendimenti negativi la Germania è riuscita a contenere il debito pubblico rispetto al pil al 68% – era l’81% nel 2010 – e secondo Jens Weidmann, governatore della Bundesbank in pole per occupare dal 2019 la poltrona di Mario Draghi e ospite alla trasmissione In ½ Ora su RaiTre, il nostro Paese avrebbe fatto poco o nulla per ridurre il debito pubblico sfruttando l’opportunità data dall’ombrello protettivo della Bce. Ombrello che secondo Weidmann si sta per chiudere lasciando gli Stati al loro destino.