Jean-Claude Juncker non è un trascinatore: veste di grigio, parla senza mai variare il tono della voce, misura le parole e le aspirazioni, si presenta più come un burocrate che come un politico, preciso, competente, super-esperto – da almeno 22 anni, è protagonista fisso dei Vertici europei. Ma, oggi, pronunciando il discorso sullo stato dell’Unione, davanti al Parlamento europeo in sessione plenaria, Juncker ha avuto e trasmesso un sussulto di orgoglio europeo: non ha giocato sulla difensiva come aveva spesso fatto in passato, non è stato rinunciatario come nel libro bianco che aveva presentato sei mesi fa.

Il presidente della Commissione sente “nelle vele il vento” d’una ripresa che dura da cinque anni e che, negli ultimi due anni, ha visto l’Unione europea crescere più degli Stati Uniti. E vede davanti all’Ue “una finestra di opportunità” da cogliere, a dispetto – o magari con l’ausilio – della Brexit, “un momento tragico”, ma che “non è tutto e non è il futuro dell’Europa”. “Noi – ha detto, rivolto verso i turbolenti deputati britannici – la rimpiangeremo sempre, voi la rimpiangerete presto”.

Il discorso è stato lungo e lo si può qui ascoltare per intero. Nei passaggi salienti, Juncker propone che i presidenti della Commissione e del Consiglio europeo coincidano in un’unica persona e che ci sia un ministro delle Finanze dell’EuroZona (e che coincida col commissario europeo alle Finanze, così come già attualmente l’Alto Commissario per la politica estera e di sicurezza comune coincide con il vice-presidente della Commissione responsabile delle relazioni esterne), ma boccia invece l’idea di un Parlamento dell’EuroZona diverso dall’Assemblea di Strasburgo.

Il presidente condivide l’idea di seggi transnazionali alle prossime elezioni del Parlamento europeo nel giugno 2019 – i 73 seggi ex britannici –, che finora ha il sostegno esplicito, fra i 27, solo d’Italia e Belgio, e sostiene, a ragione, che sulla strada degli spitzenkandidaten non si può tornare indietro: è il meccanismo per cui i maggiori partiti europei esprimono prima delle elezioni un loro candidato alla presidenza della Commissione europea – e i capi di Stato e di governo tengono poi conto dell’esito del voto nella scelta del presidente.

Juncker si muove a Trattati costanti, o quasi. Ma prospetta più decisioni a maggioranza, anche là dove oggi sono tabù – come la politica estera e, per il completamento del mercato interno, quelle fiscale e di bilancio – e dove c’è da costruire qualcosa di nuovo – l’Europa della Difesa. E apre alla trasparenza: d’ora in poi, i mandati ricevuti per i negoziati commerciali saranno pubblici. Parla poco di relazioni esterne, ma chiude le porte dell’Ue a ‘questa’ Turchia, che imprigiona i giornalisti e limita la libertà d’espressione; e non ha atteggiamenti di sudditanza verso l’America di Trump, denunciandone, anzi, le scelte sul clima e trasformandone in boomerang lo slogan elettorale, “Noi faremo di nuovo grande il nostro Pianeta” – una citazione di Macron. Sull’immigrazione, le cifre parlano di un contenimento dei flussi, ma i risultati non sono consolidati e la risposta non è ancora adeguata, nonostante lo sforzo dell’Italia che si merita un elogio: “L’Unione non è una fortezza, l’anno scorso abbiamo accolto 720 mila rifugiati, tre volte di più che Usa, Canada e Australia insieme”.

L’Europa rassicurante e un po’ chiusa su se stessa d’una recente visione dello stesso Juncker, che “protegge, dà forza, difende”, diventa, con un richiamo a Delors, “l’Europa che avanza solo se fa prova d’audacia”: saldo su tre principi, libertà, uguaglianza, stato di diritto, il presidente che dichiara “amore per l’Unione”, e che soffre le pene che ne derivano, invita leader dei 27 ed eurodeputati a “spiegare le vele”, profittando “del vento favorevole”: l’obiettivo è, a Brexit ormai consumata, un Vertice di rilancio e rifondazione, a Sibiu, in Romania, il 30 marzo 2019.