Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Così recita un antico e diffuso proverbio popolare. Un detto che ben fotografa la polemica, tutta ecclesiale, che ha scatenato la notizia della proclamazione di san Giovanni XXIII a patrono dell’Esercito italiano. Una decisione fortemente voluta dall’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, che ha ottenuto il via libera della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Come era del resto prevedibile, questa scelta non ha trovato il plauso di diversi vescovi italiani che lamentano di non essere stati consultati durante l’ultima assemblea generale della Cei. “Roba da matti” definisce giustamente questa decisione l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi.

Per comprendere quanto ciò sia a dir poco irrispettoso verso il Papa buono basta andare a rileggere ciò che scrisse, poche settimane prima di morire nella sua enciclica-testamento Pacem in terris: “Giustizia, saggezza e umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci”.

Ezio Bolis, tra i più autorevoli biografi di Roncalli, sulle colonne de L’Osservatore Romano ha spiegato che come motivazione di questa nomina viene indicato lo zelo del futuro Papa “come cappellano militare, nel promuovere le virtù cristiane tra i soldati, il luminoso esempio di tutta la sua vita e il suo costante impegno in favore della pace”. È oggettivamente stridente, però, associare all’Esercito la figura di san Giovanni XXIII che riuscì a risolvere pacificamente, nel 1962, la crisi dei missili di Cuba appellandosi contemporaneamente, in piena Guerra fredda, a John Fitzgerald Kennedy e a Nikita Krusciov.

“Mi sembra irrispettoso – sottolinea monsignor Ricchiuti – coinvolgere come patrono delle Forze Armate colui che, da Papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi. Ritengo assurdo – prosegue il presule – il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della Prima guerra mondiale che, non lo possiamo dimenticare, fu definita da Benedetto XV ‘inutile strage’. È molto cambiato anche il modello di difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi”.

Negli ultimi mesi di vita, ormai seriamente provato dal cancro allo stomaco, Roncalli volle consegnare al mondo, che proprio come oggi era minacciato dal pericolo di una guerra nucleare, un appello alla pacificazione. “È un obiettivo reclamato dalla ragione. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante”.

È giusto che un convinto paladino della pace che ha speso tutta la sua vita, e in particolare i suoi cinque luminosi anni di pontificato, per cercare di insegnare al mondo che le armi non risolvono i problemi, sia oggi indicato come patrono dell’Esercito? Tra l’altro con una procedura che canonicamente appare molto frettolosa e burocratica senza una reale, franca e ampia consultazione dell’episcopato. Perché, invece, non si è proceduto con altrettanta celerità alla riforma dell’Ordinariato militare con l’abolizione dei gradi per i cappellani e di conseguenza alla drastica riduzione dei loro cospicui stipendi? Questo sì che sarebbe stato un vero omaggio a Papa Giovanni.